La TSS può essere efficace nell’intervento con bambini e adolescenti?

Con l’articolo di oggi proviamo a rispondere a una domanda che ci viene posta spesso nei nostri corsi di formazione soprattutto quando si affronta il tema della categoria di persone a cui può essere applicata.

 

 

Come possiamo rispondere?

La risposta non può che provenire dagli studi e dalle ricerche effettuate sulla TSS nei diversi ambiti applicativi e con le diverse categorie di clienti. A tale proposito oggi riportiamo i dati di uno studio effettuato da Perkins et al. (2006; 2008) sull’applicazione della TSS con bambini e adolescenti nell’ambito dei servizi di salute mentale.

 

 

Quali temi sono stati affrontati nella ricerca?

Lo studio volto ad analizzare l’efficacia della TSS con bambini e adolescenti con problematiche di salute mentale ha previsto la pubblicazione di due articoli riguardanti due fasi della ricerca  la prima dal titolo The effectiveness of one session of therapy using a single-session therapy approach for children and adolescents with mental health problems (Perkins et al., 2006) e la seconda The effectiveness of single session therapy in child and adolescent mental health. Part 2: An 18-month follow-up study (Perkins et al., 2008)

 

 

Cosa è stato analizzato nel primo studio?

Nella prima parte dello studio il gruppo di ricerca si è concentrato sull’applicazione della TSS incentrata sulla soluzione a 258 pazienti di età compresa tra 5 e 15 anni che si sono rivolti a un servizio ambulatoriale di salute mentale a Melbourne nell’arco di un periodo di 14 mesi.

 

 

Cosa è stato analizzato?

Lo scopo era quello di indagare l’impatto terapeutico di una Singola Sessione di Terapia familiare Focalizzata sulla Soluzione di 2 ore per il trattamento di problemi di psicopatologici di bambini e adolescenti. L’approccio utilizzato prevedeva una singola valutazione semi-strutturata di 2 ore e un trattamento, che coinvolgeva il bambino, la famiglia (genitori e fratelli) o degli accompagnatori (insegnanti o medici).

 

 

Quali obiettivi prevedeva la singola seduta?

La seduta ha fornito alle famiglie una comprensione delle loro difficoltà. A partire dall’analisi delle soluzioni tentate disfunzionali o da quelle di successo, ogni l’intervento si è concentrato sullo sviluppo di compiti e strategie utili ad aumentare l’autoefficacia del cliente e della famiglia, dando speranza e fiducia nella capacità di gestire i problemi. Le sessioni oltre a mantenere la struttura tipica del metodo della TSS, hanno incorporato al loro interno gli elementi chiave di una seduta di valutazione diagnostica.

 

 

Quali sono stati i risultati?

Dopo la realizzazione dell’intervento di TSS ci sono stati diversi importanti risultati sintetizzati di seguito:

  • il gruppo di trattamento ha mostrato un miglioramento statisticamente e clinicamente significativo su tutte le misure in cui la media iniziale di gravità clinica era alta;
  • il miglioramento del gruppo di trattamento dal pre al post trattamento era simile al miglioramento nei precedenti studi di TSS (es. Campbell, 1999);
  • il livello di soddisfazione del cliente riguardo alla terapia era simile a o superiore a quello riportato in precedenti studi sulla TSS (es. Hampson et al., 1999);
  • i risultati di questo studio hanno mostrato somiglianze con vari altri studi di TSS senza controlli e con studi che utilizzano altre forme di psicoterapia. Il miglioramento della gravità del problema nel 74,3% dei clienti e il miglioramento della frequenza del problema nel 71,4% dei clienti è coerente con quella dei precedenti studi di TSS (Boyhan 1996; Price, 1994) che hanno riscontrato miglioramenti nel 63-78% dei clienti.

 

 

Mentre nel secondo studio cosa è stato analizzato?

La seconda parte della ricerca si è concentrata sul mantenimento dei benefici del singolo trattamento di TSS pianificato lungo un periodo di 18 mesi. Inoltre è stato indagato l’impatto di un ritardo di 6 settimane nell’inizio di una terapia e l’impatto di una terapia aggiuntiva durante il periodo di 18 mesi.

 

 

A quali risultati ha portato questa indagine?

In sintesi lo studio ha rilevato che i benefici a breve termine dell’a TSS (misurati 1 mese dopo la terapia) sono stati mantenuti per 18 mesi dopo la consultazione iniziale. Il ritardo di trattamento (entro 6 settimane) non sembra avere un impatto né a breve né a lungo termine sui risultati. Un ulteriore risultato è stato che circa il 60% del gruppo ha fatto un significativo miglioramento clinico dopo una seduta di terapia. Negli altri casi, sono state fornite una o più sessioni per consolidare il cambiamento o mantenere i miglioramenti.

 

 

Conclusioni

In conclusione, questo studio dimostra che l’utilizzo di una singola sessione di terapia familiare focalizzata sulla soluzione oltre a portare un miglioramento del quadro clinico di bambini e adolescenti che presentano diversi problemi di salute mentale, permette di fornire una valutazione e un trattamento precoci, dando ai clienti la possibilità laddove possibile di gestire i problemi da soli, aumentando la speranza e il senso di autoefficacia.

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

Bibliografia

Boyhan, P. A. (1996). Client’s perceptions of single session consultations as an option to waiting for family therapy. Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 17(2), 85–96.

Campbell, A. (1999). Single session interventions: An example of clinical research in practice.Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 20(4), 183–194.

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola: Principi e pratiche. Firenze: Giunti Editore.

Hampson, R., O’Hanlon, J., Franklin, A., Pentony, M., Fridgant, L., & Heins, T. (1999). The place of single session family consultations: Five years experience in Canberra. Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 20(4), 195–200.

Perkins, R. H. (2006). The effectiveness of one session of therapy using a single-session therapy approach for children and adolescents with mental health problems. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 79(2), 215–227.

Perkins, R. H. (2006). The effectiveness of single session therapy in child and adolescent mental health. Part 2: An 18-month follow-up study. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 81, 143–156.

 

Un altro traguardo tutto italiano: l’Italian Center for Single Session Therapy ha pubblicato la sua prima ricerca in Terapia a Seduta Singola sull’Australian and New Zealand Journal of Family Therapy

È passata solo qualche settimana dalla pubblicazione dell’articolo Examining the Incidence and Clients’ Experiences of Single Session Therapy in Italy: A Feasibility Study sull’Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, una nuova conquista dell’Italian Center for Single Session Therapy.

 

 

Le ricerche sulla TSS sono state condotte in tutto il mondo, ma prima di adesso non in Italia, pertanto tale studio rappresenta il primo contributo internazionale del nostro Paese alla Terapia a Seduta Singola.

 

 

A quali risultati ha portato la ricerca?

I risultati dello studio hanno confermato quelli delle ricerche svolte nel resto del mondo, le quali hanno indicato che uno è il numero più frequente di sedute di psicoterapia sia tradizionale che basate sul metodo della TSS.

Un altro dato fondamentale rilevato è che la maggior parte dei clienti considera lo svolgimento di un unico incontro di terapia sufficiente (sia in ambito pubblico che privato) per raggiungere un maggior benessere indipendentemente dalla natura del problema presentato.

 

 

Cosa mette in luce quest’ultimo aspetto?

Il dato introduce un nuovo modo di considerare il concetto di salute mentale, non più visto esclusivamente come assenza di malattia o infermità, ma un più ampio stato positivo dell’individuo che enfatizza la presenza di risorse personali e sociali, nonché capacità fisiche per recuperare e far fronte alla malattia e ad altri problemi (Organizzazione mondiale della sanità, 2006).

 

 

Cosa prevede quindi un intervento di successo?

Intervenire non significa più necessariamente supportare i clienti fino al raggiungimento di uno stato di completo benessere, ma farlo finché il cliente lo ritiene necessario. Sarà inoltre il cliente stesso a indicare cosa significa una terapia di successo, e non il terapeuta o l’assenza di sintomi.

 

 

A quali vantaggi porta tale scoperta?

L’implementazione della TSS potrebbe migliorare l’accessibilità delle persone ai servizi di salute mentale e ottimizzare i costi dei servizi stessi. Quest’ultimo elemento ad esempio potrebbe essere particolarmente utile in paesi come l’Italia che hanno bassi tassi di accesso ai servizi di salute mentale (Barbato et al., 2014), sia per ragioni finanziarie che per atteggiamenti culturali (es.: “La terapia dura troppo a lungo”, “La terapia ha bisogno di affrontare emozioni/pensieri/ ecc. profondi e scomodi”) (Fiori Nastro et al., 2013).

 

 

In che modo la TSS può essere utile?

Diminuendo il numero di sessioni per ogni cliente, la TSS può ridurre le liste di attesa, rendendo così i servizi più accessibili, prevenendo un’acutizzazione del disagio psicologico. I professionisti sarebbero inoltre in grado di aiutare un maggior numero di persone, dedicando più tempo a chi necessita di un intervento più approfondito (Cannistr a & Piccirilli, 2018; Slive e Bobele, 2011), limitando infine gli abbandoni e gli appuntamenti persi (Hymmen, Stalker e Cait, 2013).

 

 

Ora passiamo ai ringraziamenti!

Orgogliosi di condividere questo successo, cogliamo l’occasione per ringraziare tutti i partecipanti che hanno reso possibile il raggiungimento di questo risultato a partire da Flavio Cannistrà, Federico Piccirilli, Pier Paolo D’Alia e Angelica Giannetti membri del team dell’Italian Center for Single Session Therapy.

A seguire ringraziamo i professionisti Lorenza Piva (Merano), Ferruccio Gobbato (Venezia), Roberta Guzzardi (Roma) e Alice Ghisoni (Torino) che hanno messo a disposizione la loro professionalità e i dati ottenuti nel lavoro in ambito privato.

Infine un ringraziamento particolare va alla Dr.ssa Giada Pietrabissa del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano nonché ricercatrice del Laboratorio di Ricerca in Psicologia, IRCCS, Istituto Auxologico Italiano (Milano), senza la quale non avremmo potuto pubblicare un lavoro di questa qualità!

 

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

Bibliografia

Barbato, A., Vallarino, M., Rapisarda, F., Lora, A., & Caldas de Almeida, J.M. (2014). Access to mental health care in Europe. Retrieved from https://ec.europa.eu/health/sites/health/fle /mental_health/docs/ev_20161006_co02_en.pdf, 1-41.

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola: Principi e pratiche. Firenze: Giunti Editore.

Fiori Nastro, P., Armando, M., Righetti, V., Saba, R., Dario, C., Carnevali, R., . . . Girardi, P.  (2013). Emerging mental disorders in a community sample of young adults in Italy: Help-seeking in a generalist community mental health setting. Rivista di Psichiatria, 48(1), 60–66.

Hymmen, P., Stalker, C.A., & Cait, C.A. (2013). The case for single-session therapy: Does the empirical evidence support the increased prevalence of this service delivery model? [Review]. Journal of Mental Health, 22(1), 60–71.

La Terapia a Seduta Singola online può essere una valida alternativa per fornire servizi durante la pandemia?

La Terapia a Seduta Singola on line può essere una valida alternativa per fornire servizi durante la pandemia?

Nell’articolo di oggi torniamo a parlare delle diverse funzioni e dei diversi contesti in cui la Terapia a Seduta Singola può essere utilizzata e per farlo condividiamo un’esperienza del metodo utilizzato nel Maltby Center un’organizzazione no-profit con sede a Kingston, in cui la TSS è stata utilizzata come servizio on line per rispondere alle esigenze di salute mentale durante la pandemia COVID-19.

 

 

Quali sono state le influenze della pandemia COVID-19 sulla salute mentale?

La diffusione globale di COVID-19 ha messo in pericolo il benessere fisico e mentale delle persone in tutto il mondo. Sebbene l’impatto della pandemia sulla salute mentale non sia ancora quantificato, le prime revisioni suggeriscono che degli interventi tempestivi potrebbero aiutare le persone e prevenire un disagio ampio. La ricerca ha scoperto che i problemi di salute mentale che iniziano durante una pandemia possono trasformarsi in problematiche mentali gravi come il disturbo da stress post-traumatico.

 

 

Quali sono state le conseguenze dell’isolamento?

Gli studi hanno collegato l’isolamento sociale alla manifestazione di diverse sintomatologie legate all’ansia, alla depressione, all’autolesionismo e al tentato suicidio. Altre prevedibili conseguenze negative derivanti dalla stessa misura di protezione hanno riguardato fenomeni come l’abuso di sostanze e la violenza domestica, tutti fattori di rischio per problemi di salute mentale.

 

 

In che modo la TSS rappresenta una risposta efficace ai problemi presentati?

La TSS è un metodo ormai consolidato e utilizzato nei servizi di salute mentale in diverse parti del mondo. L’intervento concentrandosi sulle questioni attuali portate dai clienti, permette ai consulenti di offrire un supporto immediato per la risoluzione di problematiche specifiche.

 

 

Come funziona?

I clienti lavorano con i consulenti per sviluppare un piano in grado si aiutarli a riassumere il controllo del loro benessere mentale. Il metodo, inoltre, risulta efficace e indicato per il trattamento di condizioni come problemi di umore, ansia, gestione della rabbia e di sonno, tutti sintomi che possono insorgere o amplificarsi in particolari situazioni come nel caso appunto dell’isolamento sociale.

 

 

Vediamo come il Maltby Center utilizza la TSS e in che modo ha offerto il suo servizio!

Il Centro offre ai giovani di età compresa tra 0 e 24 anni e ai loro caregiver l’accesso a una sessione di consulenza gratuita di un’ora con uno psicoterapeuta. In seguito all’epidemia COVID-19, il servizio è stato spostato online. Il suo nuovo programma di accesso alla salute mentale opera cinque giorni alla settimana per fornire ai clienti a una sessione entro 24 ore dal contatto.

 

 

Questo modello di servizio è un fenomeno virtuoso isolato?   

No!

Molte organizzazioni stanno implementando la TSS nelle proprie cliniche Walk-in nella convinzione che in questo modo più persone possono cercare supporto senza imbattersi nella barriera delle lunghe liste d’attesa per un appuntamento. La TSS in forma virtuale, inoltre, ha il vantaggio in un periodo come quello della pandemia di garantire la sicurezza per la salute, mantenendo la disponibilità di un supporto a distanza.

 

 

Conclusioni

Le conseguenze della pandemia COVID-19 sulla salute psicologica richiede la messa in atto di soluzioni tempestive al fine di prevenire un disagio grave. La Terapia a Seduta Singola può rappresentare una valida risposta per intervenire sulle preoccupazioni psicologiche legate al COVID-19. L’impatto dell’autoisolamento, dell’allontanamento sociale e delle restrizioni ai viaggi è stato, inoltre, aggravato dalla disinformazione e dai cambiamenti globali sulle procedure educative, politiche ed economiche. L’implementazione della TSS on line pertanto potrebbe rappresentare in questa fase storica una soluzione conveniente per le organizzazioni, le quali potrebbero continuare a offrire supporto per la salute mentale, limitando i tempi di attesa e altre barriere al servizio. L’esperienza del Maltby Center dovrebbe costituire un esempio positivo da seguire per altri centri di salute mentale.

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

Bibliografia

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola: Principi e pratiche. Firenze: Giunti Editore.

Matsushita, K (2020). Single-session therapy is necessary during the pandemic, The queens journal from https://www.queensjournal.ca/story/2020-07-26/opinions/single-session-therapy-is-necessary-during-the-pandemic/

Workshop Terapia a Seduta Singola

La Terapia a Seduta Singola (TSS): di che si tratta?

 

Lo sai che una sola seduta con lo psicologo può essere sufficiente?

Può sembrare un’affermazione azzardata, audace e fuori dalle righe, ma è la conclusione a cui sono arrivati i numerosi studi condotti: una sola seduta può essere sufficiente.
In che modo? Con la Terapia a Seduta Singola.

 

Che cos’è?

La TSS non è un approccio a se stante. Al contrario.
E’ un metodo, applicabile a qualsiasi orientamento; una cornice dentro la quale il terapeuta può muoversi con l’obiettivo di massimizzare l’efficacia di ogni singola seduta.

 

Non solo una…

So a cosa stai pensando. Com’è possibile che tu debba fare una sola seduta con tutti i pazienti?

Non è cosi. Infatti gli stessi Hoyt e Talmon (2014b) spiegano che è sbagliato pensare che fare TSS significhi fare sempre un solo incontro: la TSS è un metodo che rende più efficace ogni incontro, facendo in modo che possa essere sempre l’ultimo.

Negli anni ’80 Moshe Talmon si rese conto che –notando un fascicolo di pazienti- un gran numero di pazienti che si presentava per una sola seduta di psicoterapia per poi non tornare più. Penso che si trattasse di drop-out e decise di indagare, intervistandone 200: il 78% di essi gli rispose: “Perché quell’unico incontro mi è stato utile e sufficiente.”

Da questo risultato, ne conseguì che:

· 1 è il numero più frequente di sedute fatte in terapia
· tra il 40 e il 60% delle persone con cui viene usato il metodo di TSS, ritiene sufficiente una sola seduta
· fino all’80% di esse riferisce di aver risolto il proprio problema o di stare meglio grazie a quell’unica seduta

In pratica 1 persona su 2 ritiene sufficiente un singolo incontro. Molti studi hanno riscontrato questo risultato: nel 2008 (Weir, Wills & Co) hanno condotto uno studio su 100.000 pazienti, riscontrando che il 42% (oltre 40.000) trovarono un singolo incontro sufficiente per risolvere il loro problema.

Proprio per questo motivo è utile massimizzare l’efficace di ogni singola seduta in modo tale che la terapia duri il tempo necessario, né una seduta in più, né una in meno.

E perché no…anche una sola seduta.

La Terapia a Seduta Singola è un metodo che si adatta a qualsiasi forma di psicoterapia, all’interno della quale può essere integrata.

 

Come si applica?

La Terapia a Seduta Singola è utilizzata da psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, tanto nella libera professione quanto nell’attività di strutture e organizzazioni, integrandosi con la tua pratica attuale.

Puoi formarti in Terapia a Seduta Singola con L’Italian Center for Single Session Therapy che mette a tua

disposizione durante l’anno dei workshop formativi sulla TSS e che contribuisce alla ricerca internazionale sulla TSS.

Abbiamo studiato la metodologia negli ultimi anni, andando a formarci direttamente in California (con Michael F. Hoyt) e Australia, e adesso stiamo formando psicologi e psicoterapeuti anche in Italia.

Grazie al workshop, potrai:

· apprendere la metodologia che ti consente di fare psicoterapie e consulenze a Seduta Singola
· massimizzare l’efficacia di ogni singolo incontro riduci la durata complessiva delle terapie
· rispondere alle attuali necessità delle persone di avere un aiuto calzato alle proprie esigenze.

 

La TSS è perfettamente integrabile con il tuo approccio.

A cosa può servirti?
1) ad avvicinare tutti coloro che non hanno bisogno di un intervento prolungato e a rispondere a chi cerca un aiuto immediato;
2) a migliorare l’efficacia di ogni singolo incontro, riducendo la durata complessiva delle terapie fatte di più sedute;
3) a usare una metodologia facilmente integrabile con altre forme di terapia, e che puoi utilizzare in un’ampia varietà di problemi e contesti, privati, pubblici, di emergenza o altro ancora.

Per quali problemi può essere utile la TSS?

· Anoressia nervosa (De Giacomo et al., 1989)
· Ansia (Denners e Reeves, 1997)
· Attacchi di panico (Nuthall e Towned, 2007)
· Depressione (Armento et al. 2012)
· Fobie specifiche (Hauner et al, 2012)
· Insonnia (Gulley et al., 2013)
· Problematiche familiari (Pekins e Scarlett, 2008)
e altre ancora.

…OPPURE PER:

· Per prendere una decisione
· Per un problema “al bisogno”
· Per gestire lo stress o una crisi improvvisa
· Per avere un confronto
· Per trovare la giusta motivazione che ti aiuti a proseguire da solo
· Migliorare un aspetto di te che non ti piace
…tante altre situazioni!

 

Il workshop è estremamente pratico.

Ti forniamo tutti i riferimenti teorici, le slide, la bibliografia e il materiale di approfondimento che potrai portarti a casa, ma principalmente farai molta pratica.

Subito dopo i 2 giorni sarai in grado di condurre autonomamente la Terapia a Seduta Singola nella tua attività.

Finito il workshop non ti abbandoniamo!

Se lo vorrai, verrai GRATUITAMENTE iscritto in un gruppo riservato a tutti i Terapeuti a Seduta Singola presenti in Italia.

L’idea è quella di una formazione interna che possa proseguire anche dopo la fine del workshop.

Per informazioni o per prenotare il tuo posto scrivi a info@terapiasedutasingola.it

La Terapia Breve Centrata sulla Soluzione a Seduta Singola per problemi di coppia

Con l’articolo di oggi scopriremo come applicare la Terapia a Seduta Singola nell’intervento con la coppia. In questo caso ci focalizzeremo sull’integrazione del metodo della TSS con un altro modello di terapia ugualmente orientato alla massimizzazione dei risultati dell’intervento, la Terapia Breve Centrata sulla Soluzione (TBCS) (de Shazer et al., 1986; Nunnally et al., 1985).

 

 

Come nel caso dell’intervento familiare ci sono dubbi sull’adeguatezza di tale metodo per l’intervento di coppia?

Il lavoro di coppia solleva gli stessi dubbi del lavoro familiare, che come abbiamo già condiviso nell’articolo precedente, in cui si è parlato delle Linee guida per la realizzazione di una TSS con le famiglie (clicca qui), spesso viene concepito come un’attività complessa che richiede da parte del terapeuta l’acquisizione di competenze tecniche specifiche e un lungo periodo di elaborazione da parte dei clienti per ottenere dei risultati.

 

 

Esistono, invece, dei metodi che permettono anche nel caso dell’intervento di coppia di ottenere dei risultati nel più breve tempo possibile, se non addirittura in un singolo incontro di terapia?

La risposta è sì!

Esistono alcuni modi di gestire le conversazioni terapeutiche che sono in grado di massimizzarne l’efficacia e per questo in grado di rendere l’intervento breve, tra questi spicca il modello di Terapia Breve Centrata Sulla Soluzione.

 

 

Vediamo da quali assunti è ispirato il modello di TBCS

Come sosteneva de Shazer (1989), la TBCS non ha delle basi teoriche, ma si basa su delle regole (“Se non è rotto, non aggiustarlo” – “Una volta che sai cosa funziona, fallo di più” – “Se non funziona, non farlo di nuovo. Fai qualcosa di diverso”) che costituiscono la base filosofica da cui è stato sviluppato il modello e che hanno portato i terapeuti che la praticano a condividere alcune ipotesi sui clienti e sulla terapia:  

  1. Tutti i clienti sono motivati ​​verso il raggiungimento di qualcosa: è compito del terapeuta scoprire verso cosa.
  2. È compito del terapeuta scoprire il modo migliore per collaborare con il cliente, considerato quest’ultimo nella sua unicità. L’idea di “resistenza” non è utile in quanto impedisce lo sviluppo della cooperazione tra il terapeuta e il cliente.
  3. Tentare di capire la causa di un problema non è un passo necessario o particolarmente utile per la sua risoluzione.
  4. Il successo del lavoro dipende dal sapere cosa vuole il cliente dalla terapia. Una volta stabilito questo, il compito del terapeuta è trovare il modo più veloce per arrivarci.
  5. Per quanto rigido possa sembrare il pattern del problema, ci sono sempre momenti in cui il cliente sta attuando delle soluzioni. L’approccio più economico alla terapia prevede l’aiuto del cliente a incrementare a fare “ciò che già funziona”.
  6. I problemi non rappresentano la patologia sottostante, essi sono solo le cose di cui il cliente vuole fare a meno. Nella maggior parte dei casi il cliente sarà il miglior giudice per stabilire quando il problema è risolto.
  7. A volte è necessario solo il più piccolo dei cambiamenti per raggiungere la soluzione del problema. Non è sempre necessario coinvolgere tutte le persone implicate nel problema (Ratner George & Iveson, 2012).

 

 

Vediamo ora il metodo per condurre una Terapia Centrata sulla Soluzione a Seduta Singola per i problemi di coppia

Il più semplice dei modi è quello di gestire il colloquio di coppia come se si trattasse di due gestioni separate dei partner, ma intrecciate tra loro se l’altro partner è presente (anche se la presenza del partner non è sempre necessaria per un risultato efficace) (Ratner George & Iveson, 2012). A partire da ciò vediamo gli 8 step da seguire per una TBCS a Seduta Singola:

  1. Il dialogo tra terapeuta e cliente non si dovrà focalizzare sui problemi e dovrà essere orientato alla costruzione delle relazioni
  2. Identificare il problema
  3. Utilizzare la “domanda del miracolo” o stimolare il cliente a visualizzare la “vita senza problemi”
  4. Cercare le eccezioni allo schema del problema
  5. Procedere con la scala del progresso verso la risoluzione del problema
  6. Identificare il passaggio successivo
  7. Fare i complimenti
  8. Terminare con un incarico o una direttiva, la cui forma è basata sul livello di motivazione del cliente (cliente, lamentatore o visitatore) (George, Iveson & Ratner, 2014).

 

Il terapeuta, durante la seduta, avrà il compito di alternare l’immagine del cambiamento tra i partner, al fine di far sfumare durante il processo il concetto di “causa-effetto” nella relazione tra i partner. Tale lavoro prevederà uno spostamento del focus dal problema, rappresentato dalla domanda “chi avvierà per primo il cambiamento nella relazione?”, alla soluzione, rappresentata dalla domanda “cosa farai di diverso?” rivolta a entrambi i membri della coppia.

 

Conclusioni

L’intervento di coppia basato sulla Terapia Centrata sulla Soluzione a Seduta Singola descritto in questo articolo, ci ha mostrato come non sempre sia necessario predisporre un lavoro complesso e articolato per ottenere un risultato, anche quando si lavora con i sistemi familiari o con la coppia. Ciò che rende efficace e rapido l’intervento, infatti, è proprio la presenza di una struttura semplice e chiara, i cui principi alla base prevedono la riduzione della complessità dell’intervento da parte del terapeuta e la valorizzazione e l’utilizzo delle risorse del paziente.    

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

Bibliografia

de Shazer, S., Berg, I. K., Lipchik, L., Nunnally, E., Molnar, A., Gingerich, W. et al. (1986). Brief therapy: focused solution development, Family Process, 25: 207–222.

de Shazer, S. (1989) Resistance revisited. Contemporary Family Therapy, 11: 227–233.

Nunnally, E., de Shazer, S., Lipchik, E. and Berg, I. K. (1985). A study of change: therapeutic theory in process. In E. Efron (Ed.), Journeys: Expansion of the Strategic-Systemic Therapies. New York: Brunner/ Mazel.

Ratner, H., George, E., Iveson, C. (2012). Solution Focused brief therapy:100 key points and tecchniques, London: Routledge.

Ratner, H., George, E., Iveson, C. (2012). Love is All Around: A Single Session Solution – Focused Therapy. In Hoyt, M.F., Talmon, M. (2014). Capturing the moment. Single Session Therapy and Walk-In Services, UK: Crown House Publishing Ltd.

Come condurre una TSS con la famiglia: le linee guida del Bouverie Centre

Una domanda frequente quando si parla di terapia a Terapia a Seduta Singola è se tale metodo possa essere applicato a tutti gli ambiti di intervento, uno tra questi è quello che riguarda il lavoro con le famiglie.

 

Sebbene il lavoro familiare sia riconosciuto come importante e prezioso, ancora oggi in molti casi viene considerato come un intervento complesso, che per essere svolto necessita di una preparazione specifica, un tempo lungo e molte risorse. Tali convinzioni spesso si trasformano in veri e propri ostacoli sia per i professionisti che per le persone che chiedono aiuto, rinunciando a offrire o a chiedere servizi adeguati alle esigenze delle famiglie.  

 

 

È possibile superare queste barriere?

Nell’articolo di oggi condivideremo le linee guida per la realizzazione di un intervento familiare a seduta singola definite dal Bouvery Centre in Australia, con l’intento di mostrare come sia possibile superare gli ostacoli sopra descritti e orientare i professionisti nell’impostazione di un intervento familiare di breve durata.

 

 

Che cos’è la Single Session Family Consultation (SSFC)?

La Single Session Family Consultation (SSFC) è un processo limitato e strutturato che prevede l’incontro con un cliente e la sua famiglia e si concentra sul raggiungimento di obiettivi realistici e negoziati. È stata sviluppata combinando la consulenza familiare con la terapia a sessione singola (Jewell et al., 2012; Talmon, 2012; Wynne, 1994).

 

 

Vediamo ora le linee guida per lo svolgimento di una Single Session Family Consultation?

Sebbene ogni SSFC sia considerata come completa in sé, è importante che l’incontro non si riduca solo al singolo contatto faccia a faccia con la famiglia, ma che siano compresi nel processo anche i contatti pre e post sessione. In questo senso l’incontro con la famiglia include i seguenti passaggi:

 

  1. Convocazione dei familiari
  2. Conduzione della sessione
  3. Processo di follow-up

 

 

  1. Convocazione dei familiari

In questa fase è fondamentale trattare tutti gli elementi preparatori del processo SSFC, come:

  • spiegare l’SSFC sia al cliente che ai familiari e prepararli per la sessione;
  • verificare chi parteciperà alla sessione, come si svolgerà e cosa verrà discusso.

Nel proporre una SSFC al cliente, è importante informarlo delle motivazioni del coinvolgimento dei familiari, esplorare i pro e i contro di un SSFC e dare un resoconto realistico di ciò che si verifica in genere in una sessione. Contemporaneamente è fondamentale preparare i membri della famiglia, avendo in primo luogo negoziato con il cliente quale membro della famiglia verrà contattato e come ciò dovrà avvenire per evitare che la chiamata per i familiari diventi improvvisa.

 

 

  1. Conduzione di una sessione di consultazione familiare per una singola sessione

Vi sono quattro fasi in una sessione SSFC:

  • Apertura: è fondamentale presentare il ruolo del terapeuta e accogliere tutti i membri separatamente, connettendosi con ognuno di loro; introdurre lo scopo generale della sessione e descriverne il processo (es: spiegare cosa accadrà nella sessione, quali potrebbero essere le questioni importanti, la durata e quali possibili risultati).

 

  • Scoping: è importante ascoltare ogni persona per scoprire ciò che desidera dalla sessione. È spesso utile chiedere il permesso di annotare queste preferenze in modo da poterle restituire alla famiglia dopo aver sentito. Per rendere utile la sessione è necessario concentrarsi su uno o due problemi e laddove possibile, incoraggiare la selezione di argomenti che incidano su tutti i presenti o sui quali tutti i membri della famiglia possano contribuire.

 

  • Risposta: le attività principali di questa fase dipendono dal problema su cui la famiglia e il terapeuta hanno deciso di concentrarsi. Di fondamentale importanza è ascoltare e riconoscere le difficoltà della famiglia, indagando e riflettendo sulle strategie e sui punti di forza esistenti. Assumere una posizione di genuino interesse e curiosità, anche se non si è d’accordo con ciò che viene detto.

 

  • Chiusura: questa fase della sessione può essere utilizzata per chiarire cosa è stato scoperto o realizzato e cosa potrebbe richiedere ulteriori interventi. Raggiungere un accordo su ciò che accadrà dopo è fondamentale, compresi gli accordi per il follow-up telefonico con la famiglia. Questa parte dell’incontro comprende la condivisione dei feedback con tutta la famiglia in modo trasparente.

 

 

  1. Processo di follow-up

La telefonata di follow-up alla famiglia dopo la sessione è la parte finale del processo. Gli obiettivi del follow-up sono tre: chiedere a tutti cosa pensano e sentono rispetto alle questioni discusse; verificare se ci sono domande o dubbi derivanti dalla sessione; pensare insieme alle esigenze del cliente e della famiglia.

 

 

Conclusioni

Dal momento che esistono ricerche importanti che indicano che lavorare con le famiglie al cui interno è presente un membro con problematiche di salute mentale può migliorare sia i risultati per il singolo cliente che diminuire lo stress per i membri della famiglia (Carr, 2009a, 2009b), offrire un intervento familiare breve può rappresentare una valida opportunità per superare quegli ostacoli che spesso hanno visto professionisti e familiari rinunciare a forme di aiuto adeguate, ampliando il raggio di azione del terapeuta e rendendo più accessibile al cliente il servizio.

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

Bibliografia

Carr, A. (2009a). The effectiveness of family therapy and systemic interventions for adult-focused problems. Journal of Family Therapy(31), 46-74.

Carr, A. (2009b). The effectiveness of family therapy and systemic interventions for child-focused problems. Journal of Family Therapy, 31(1), 3-45. doi: 10.1111/j.1467-6427.2008.00451.x

Jewell, T. C., Smith, A. M., Hoh, B., Ladd, S., Evinger, J., Lamberti, J. S., . . . Salerno, A. J. (2012). Consumer centered family consultation: New York State’s recent efforts to include families and consumers as partners in recovery. American Journal of Psychiatric Rehabilitation, 15(1), 44-60.

Talmon, M. (2012). When less is more: Lessons from 25 years of attempting to maximize the effect of each (and often only) therapeutic encounter. Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 33(1), 6-14. doi: 10.1017/aft.2012.2

Wynne, L. (1994). The rationale for consultation with the families of schizophrenic patients. Acta Psychiatrica Scandinavica, 90, 125-132.

Young, J. , Riess, C., & O’Hanlon, B. (1998). Get Together FaST Training and Service Development Initiative, Adult Mental Health. Melbourne: The Bouverie Centre, La Trobe University.

Come trattare la paura di volare non traumatica con una Singola Sessione di Eye Movement Desensibilizzazione Reprocessing (EMDR). Caso clinico

Nell’articolo di oggi faremo riferimento a uno studio che ci mostrerà come trattare la paura di volare non traumatica attraverso l’approccio Eye Movement Desensibilizzazione Reprocessing (EMDR) (Shapiro, 2000) in una Singola Sessione (Newgent et al., 2016).

 

 

Qual è lo scopo dello studio?

Lo scopo dello studio è quello di mostrare come il trattamento EMDR possa adattarsi alle esigenze del cliente ed essere applicato anche mediante una Singola Sessione. In questo caso il trattamento della paura di volare non traumatica viene effettuato direttamente in volo.

 

 

Come procede il tradizionale processo EMDR?

Il tradizionale processo EMDR procede attraverso otto fasi di trattamento (Parnell, 1999; Shapiro, 2000):

  • Prima fase: storia del cliente. Il consulente costruisce l’ipotesi sull’eziologia del problema e stabilisce l’adeguatezza del trattamento EMDR.

 

  • Seconda fase: preparazione del cliente. Il consulente spiega al cliente come funziona il trattamento e lo aiuta a creare un’immagine di un “posto sicuro” che potrà essere utilizzata, ad esempio, come luogo di riposo mentale quando il ritrattamento si prolungherà oppure nelle sessioni incomplete.

 

  • Terza fase: valutazione. Il consulente raccoglie le informazioni relative al problema presentato dal cliente, l’individuazione del ricordo traumatico, le convinzioni (positive e negative) associate all’immagine del trauma e le emozioni legate all’esperienza. Ciò include la valutazione delle convinzioni positive e negative attraverso la scala Validity of Cognition (VOC) e la valutazione dell’intensità soggettiva del disturbo attraverso la Subjective Units of Distress Scale (SUDS).

 

  • Quarta fase: desensibilizzazione. Al cliente viene chiesto di ricordare l’evento traumatico e i pensieri, i sentimenti e le emozioni disturbanti associati. A questo punto, verranno introdotte una serie di stimolazioni uditive e tattili e i movimenti oculari per creare una stimolazione bilaterale del cervello.

 

  • Quinta fase: installazione. Al cliente viene chiesto di richiamare alla memoria il ricordo traumatico e di riferire le convinzioni positive che si adattano alla scena. La scala VOC viene utilizzata per determinare se il trattamento può passare alla fase successiva.

 

  • Sesta fase: scansione corporea. Il consulente chiederà al cliente di segnalare eventuali sensazioni corporee durante la revisione dell’incidente. Le stimolazioni bilaterali sono usate per rafforzare una sensazione positiva o per rielaborare una sensazione negativa.

 

  • Settima fase: chiusura. In questa fase si ottiene una risoluzione quando la memoria non innesca più alcun effetto negativo emotivo, cognitivo, comportamentale o delle risposte somatiche. Se queste risposte sono presenti, il consulente esegue un debriefing, che può consistere in tecniche di rilassamento per assistere il cliente fino alla prossima sessione.

 

  • Ottava fase: rivalutazione. Durante l’ottava fase, al cliente viene chiesto di eventuali altri ricordi intrusivi (Shapiro, 2000). Se non si sono verificati ricordi intrusivi significativi, il cliente può iniziare a concentrarsi sul prossimo obiettivo, ricordo o incidente, iniziando così il processo EMDR di nuovo o terminare quello avviato.

 

 

In che modo procede una Singola Sessione EMDR?

Nell’esempio qui riportato di Singola Sessione/Eye Movement Desensibilizzazione Reprocessing (EMDR) si propone un metodo rapido di desensibilizzazione fisiologica e psicologica dei sintomi associati alla paura di volare non traumatica. Secondo Shapiro (2000), la desensibilizzazione si riferisce a uno degli effetti del trattamento in cui i ricordi e i segnali precedentemente vissuti come disturbanti raggiungono una risoluzione e non sono più sperimentati come inquietanti. Inoltre, l’elaborazione delle informazioni, in questo approccio, si riferisce alla tendenza fisiologica del cervello di andare verso uno schema emotivo e cognitivo positivo, così come avviene nel caso dell’auto-risposta di guarigione alle lesioni (Shapiro, 2000). Infine, il ritrattamento durante il trattamento EMDR in volo per la paura non traumatica di volare diventa più rapido.

 

 

Case Study

Quando Jennifer R. iniziò il trattamento aveva 34 anni, era single e aveva paura di volare. Nella seduta dichiarò che prima del trattamento EMDR aveva volato solo dieci volte e che aveva tentato di superare il problema, usando il dialogo interiore positivo e la riformulazione, chiamando la turbolenza “nuvole irregolari”. La donna non aveva avuto paura di volare prima del 1988 e non era in grado di ricordare eventuali fattori scatenanti per l’eziologia della sua paura.

Nell’estate del 1999, durante un volo d’affari insieme a un suo professore e consulente specializzato in EMDR, Jennifer mostrò i segni della sua paura. Il consulente si accorse che prima del decollo dell’aereo la donna affondava le unghie nelle mani, lasciandosi dei segni profondi. Il viso era cinereo e il respiro particolarmente affannoso, rapido e difficoltoso, infine sul viso iniziarono a scenderle le lacrime al solo pensiero di schiantarsi.

Dopo aver notato l’angoscia, il consulente le offrì il suo aiuto e discusse con lei le possibili opzioni di trattamento. Jennifer aveva fiducia in lui, pertanto convenne sul fatto che avrebbe avuto bisogno di aiuto durante il volo e accettò la proposta di sottoporsi a un trattamento EMDR per raggiungere un sollievo immediato.

 

Storia

Jennifer riferì di aver avuto un’infanzia relativamente normale e di non aver avuto problemi nello sviluppo. Nel 1986 c’era stato solo un breve episodio depressivo durante una fase di transizione generale della vita. Al momento della terapia frequentava la scuola di specializzazione per diventare anche lei una consulente. A parte i normali fattori di stress di un corso di laurea, non segnalava altri problemi in quel momento della vita, tranne l’assunzione di due farmaci per la cura dell’asma.

 

Trattamento e valutazione dei progressi

Data la circostanza i protocolli standard del trattamento dell’EMDR furono modificati per soddisfare le esigenze della situazione. Il consulente non dedicò tempo alla creazione dello spazio sicuro prima di iniziare il processo. Inoltre considerò tutte le questioni etiche e legali legate alla conduzione dell’EMDR con una studentessa e di essere in un posto pubblico. Tuttavia, il processo EMDR non richiedeva al cliente di condividere informazioni personali o di rivivere il trauma. La riservatezza, inoltre, non rappresentava un problema in quanto il trattamento si sarebbe svolto in una fila di posti dove sarebbero stati da soli. Jennifer a causa dell’angoscia che stava vivendo, non ebbe riserve a partecipare al processo.

Per prima cosa, il consulente fornì a Jennifer una breve spiegazione del processo EMDR: le diede delle brevi istruzioni, stabilì un segnale di stop e la distanza e la direzione del movimento oculare, suggerendole una metafora: pensare all’esperienza come se la si guardasse in video. Successivamente, si concentrò sulle emozioni e le sensazioni inquietanti di Jennifer, misurandole con le scale VOC e SUDS. La convinzione negativa di Jennifer era la paura di non avere alcun controllo mentre si trovava in volo.

Nella fase di installazione il cui obiettivo è quello di “installare” e aumentare la forza della convinzione positiva che la persona ha individuato in sostituzione della convinzione negativa originale, il consulente aiutò Jennifer a collegare la convinzione positiva desiderata “Andrà tutto bene” con l’esperienza originale.

Successivamente, il consulente chiese a Jennifer di scansionare il suo corpo per individuare la tensione. La donna riportò dei sintomi minimi, pertanto non fu necessario nessun ritrattamento. Alla fine del volo, il consulente si assicurò che Jennifer si sentisse bene e che fosse meno ansiosa rispetto all’inizio del processo EMDR. Fu stabilita la chiusura dell’intervento e quella della rivalutazione. L’obiettivo della rivalutazione è quello di garantire che il cliente mantenga unità di disturbo soggettive basse, alte VOC e nessuna tensione corporea. Inoltre, il consulente esplora eventuali nuove aree o obiettivi che necessitano di cure (Shapiro e Forrest, 1997). Dopo una sessione EMDR Jennifer aveva un punteggio nella scala VOC di 4 e di 6 dopo due voli post-trattamento. Il punteggio della scala SUDS era inizialmente di 8. Dopo due voli post-trattamento il punteggio SUDS di Jennifer era 0.

 

Follow-up

Il consulente seguì i progressi di Jennifer nei successivi 21 mesi. Il follow-up inizialmente venne svolto di persona in quanto Jennifer e il consulente si vedevano regolarmente all’università. Dopo la laurea di Jennifer, il consulente la controllò periodicamente attraverso e-mail. Jennifer riferì che la Singola Sessione di trattamento EMDR in volo era stata efficace per lei. Successivamente alla terapia EMDR, riferì di aver volato in altre 24 diverse occasioni senza che si ripetessero i sintomi.

 

 

Conclusioni

Per concludere lo scopo dell’articolo è quello di fornire un esempio dell’applicazione della terapia EMDR mediante una Singola Sessione. Questo adattamento mette in evidenza come tale forma di terapia potrebbe essere utilizzata con i clienti che, ad esempio, non traggono vantaggio da approcci più tradizionali o in particolari situazioni di emergenza o di necessità del cliente.

 

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

 

Bibliografia

Newgent, R.A., Paladino, D.A, Reynolds C.A. (2006). Single Session Treatment of Nontraumatic Fear of FlyingWith EyeMovement Desensitization Reprocessing. Pre- and Post-September 11, Clinical case studies, 25 -35.

Parnell, L. (1999). EMDR in the treatment of adults abused as children. New York: Norton.

Senior, J. (2001). Eye movement desensitisation [sic] and reprocessing: A matter for serious consideration? The Psychologist, 14, 361-363.

Shapiro, F. (2000). Eye movement desensitization and reprocessing: Level I training manual. Pacific Grove, CA: EMDR Institute.

 

I fondamenti della Terapia a Seduta Singola: una storia di rischio e sicurezza

Con l’articolo di oggi parleremo dei fondamenti della Terapia a Seduta Singola, ma lo faremo a partire dalla descrizione di un caso clinico in cui è stata applicata la TSS all’interno di un servizio Walk-in dell’Eastside Family Centre situato a Calgary (Canada).

Qualche settimana (clicca qui) fa avevamo già affrontato il tema della Sessione Singola/Walk-in e di come tale metodo d’intervento venga utilizzato in maniera efficace all’interno di tali servizi di salute mentale (Slive, McElheran, Lawson, 2008).  

Oggi, invece, ci soffermeremo sui fondamenti che la caratterizzano e ne guidano la pratica.

 

 

La storia di Jane e di sua figlia Lisa

Jane e sua figlia Lisa si rivolsero al Centro due giorni dopo che la ragazza aveva preso una dose eccessiva di farmaci. Il pronto soccorso dell’ospedale le aveva inviate all’Eastside per assicurarsi che Lisa potesse essere aiutata e che fosse avviato un programma di sicurezza. Mentre si stava svolgendo la sessione di terapia, fu subito evidente che c’erano diversi problemi in famiglia: Jane era una madre single con sette figli. La donna lavorava la sera e non poteva essere sempre disponibile per i suoi figli quando ne avevano bisogno.

Lisa di 13 anni aveva avuto una relazione con un uomo più grande di lei, di cui era rimasta incinta e aveva abortito all’insaputa di sua madre. Lisa raccontò che i suoi compagni di scuola dopo aver scoperto dell’aborto avevano fatto commenti crudeli su Internet. Inoltre, disse di aver avuto per diversi anni dei pensieri ricorrenti che ora erano tornati, compromettendo la sua capacità di concentrazione. Per gestire le sue giornate Lisa aveva cominciato a tagliarsi con l’intento di recuperare l’autocontrollo.

La terapeuta iniziò la sessione chiedendo a Lisa se poteva riferire come mai lei e sua madre quel giorno avevano deciso di rivolgersi al centro di consulenza walk-in piuttosto che andare a scuola. Lisa iniziò dicendo che sua madre era preoccupata perché lei si stava tagliando. Quando le fu chiesto se poteva parlare dei tagli, Lisa iniziò a raccontare dell’aborto, dei problemi che stava vivendo con i suoi coetanei e della sua percezione di non essere abbastanza interessante per gli altri dato che mostravano scarso interesse per i suoi problemi.

A quel punto la madre intervenne con sgomento. La donna dichiarò che per quanto cercasse di dire a Lisa quanto fosse preoccupata e di quanto desiderasse solo il meglio per lei, Lisa non sembrava crederci. Quando la terapeuta chiese a Jane come avrebbe potuto comunicare a Lisa cosa provava, Jane disse che probabilmente non avrebbe potuto farlo dato che in quei giorni non sarebbe stata molto tempo a casa.

La decisione di recarsi al Centro per una sessione walk-in quindi era stata dettata dalla paura che la madre aveva che Lisa potesse suicidarsi, soprattutto se non avesse trovato qualcuno con cui parlare immediatamente. Secondo Jane, lei e Lisa avevano visto molti professionisti negli ultimi giorni, nessuno dei quali però era sembrato interessato alla loro storia, né al problema di Lisa.

Dopo la consultazione con il team, la terapeuta si complimentò con la madre per aver preso sul serio il tentativo di suicidio della figlia ed essere stata determinata a chiedere una consulenza. La terapeuta indicò la necessità di una consultazione psichiatrica data la presenza dei pensieri ricorrenti descritti da Lisa e dei recenti comportamenti autolesionistici. Sapendo che la principale preoccupazione di Jane era la sicurezza di sua figlia, il team e la famiglia collaborarono alla predisposizione di un piano di sicurezza per Lisa. Il piano prevedeva che la madre potesse parlare con qualcuno telefonicamente nei momenti di crisi e che potesse chiamare il pronto soccorso dell’ospedale se si fossero verificati comportamenti di autolesionismo o suicidio. Il team chiese a Lisa di prendere in considerazione l’utilizzo di un “touchstone” che poteva tenere in tasca e toccare quando si sentiva turbata e incapace di concentrarsi. A quel punto avrebbe potuto chiamare uno dei numeri telefonici per gestire le crisi e esplorare i suoi sentimenti attuali. Jane e Lisa furono esortate a tornare al Centro qualora una delle strategie utilizzate non fosse riuscita a soddisfare i loro bisogni in modo tempestivo.

La settimana dopo tornarono per un’altra sessione walk-in, affermando che avevano bisogno di un confronto ulteriore. Alla domanda su cosa fosse avvenuto di nuovo dall’ultima volta in cui si erano recate all’Eastside, Lisa affermò che i suoi pensieri e i suoi comportamenti autolesionistici si erano notevolmente ridotti. Jane dichiarò invece che la sua ansia per Lisa era notevolmente aumentata. Quando le fu chiesto cosa stesse scatenando l’aumento dell’ansia, dichiarò di essere stata ascoltata da terapeuti che l’avevano presa sul serio. Questa fu vista come un’affermazione molto positiva dato che inizialmente la squadra era rimasta impressionata in quanto aveva considerato Jane come una madre “svalutante”. Adesso invece sembrava essere una madre sopraffatta dalla responsabilità e dalla paura. Jane inoltre apprezzò il fatto che Lisa fosse stata ascoltata, dato che fino a quel momento la ragazza si era sentita non accolta.

Dopo la consultazione del team, la terapeuta elogiò il lavoro svolto da madre e figlia, approvando la preoccupazione di Jane e mettendo in evidenza il lavoro che entrambe dovevano fare per migliorare la loro relazione. Durante la seconda sessione, il team concluse che la famiglia era passata dalla condizione di “visitatore” a quella di “cliente che vuole cambiare” (de Shazer, 1985; Slive, McElheran e Lawson, 2001), dato il significativo cambiamento di Lisa ottenuto con l’eliminazione dei comportamenti a rischio e la consapevolezza di sua madre del divario nella loro relazione. Su richiesta della famiglia il percorso continuò, ma tale opportunità fu resa più facile grazie al breve servizio di consulenza offerto dove le due donne si erano sentite al sicuro, ascoltate e rispettate.

 

Questo esempio illustra molti aspetti della terapia walk-in dell’Eastside Family Centre e di seguito vedremo quali sono i fondamenti del modello di questo servizio.

 

 

I fondamenti del modello di TSS/WI:

  • L’intervento dura solo un’ora

Il terapeuta ha poco tempo per costruire l’alleanza terapeutica, pertanto sono escluse le esplorazioni del passato. I terapeuti che, ad esempio, iniziano le loro sessioni con una indagine multigenerazionale attraverso il genogramma potrebbero, per ragioni di tempo, ripensare al loro solito approccio. Con i clienti che presentano più problemi, invece, la sfida può essere più alta in quanto i terapeuti hanno bisogno di affinare le loro competenze per negoziare un focus raggiungibile in un’ora. Le domande che un terapeuta sceglie di porre devono essere attentamente considerate attraverso una lente che tiene conto del tempo. Una domanda “innocente” potrebbe portare a 20 minuti di conversazione che non sono utili per aiutare i clienti a scegliere cosa vogliono ottenere dalla sessione.

 

  • Restringere il database

Fisch (1994) sostiene che più stretto è il database della conversazione terapeutica, più breve è la terapia. I terapeuti che conducono sessioni di terapia walk-in gestiscono il colloquio in modo da ridurre i tempi di conversazione. Per ottenere ciò si concentrano sul problema come si presenta nel presente, guidando la discussione sui dati attuali (piuttosto che passati) con particolare interesse per i dati descrittivi (anziché esplicativi). Per esempio, il terapeuta è interessato a chi, cosa, quando, come e con chi si sviluppa quel comportamento e non sulla “causa sottostante” o la funzione del problema. Stabilire obiettivi specifici descritti in termini comportamentali consente al terapeuta e al cliente di focalizzare e strutturare la sessione in modo efficiente.

 

 

  • È una terapia completa

La seguente dichiarazione di Ray & Keeney (1993): “tutte le sessioni mirano ad essere un’intera terapia”, sebbene non si riferisca in modo specifico alla TSS o alla terapia Walk-in, cattura l’essenza di come può essere concepita una sessione walk-in.

Tale pensiero aiuta a cercare un focus della terapia. Se i clienti dovessero tornare per una sessione successiva, quella sessione verrà considerata come un nuovo caso.

 

 

  • Fattori comuni

I fattori comuni che influiscono sul cambiamento terapeutico nelle sessioni di TSS/Walk-in includono l’utilizzo delle risorse del cliente e del suo sistema collegate alla motivazione del cliente, alla speranza del miglioramento e alla continua ricerca dei feedback da parte del cliente in merito all’adattamento tra le procedure utilizzate dal terapeuta (il modello) e le sue idee su cosa funzionerà.

 

 

  • Le influenze terapeutiche sono mitigate dal pragmatismo

Coerentemente con quanto espresso dal pensiero postmoderno, per un terapeuta breve nessun modello è considerato più corretto di un altro. L’interesse primario si rivolge a ciò che è più utile per quel cliente in quel momento. Questa è essenzialmente una prospettiva pragmatica (Amundson, 1996).

 

 

  • La sessione è una consultazione

È preferibile pensare alla TSS/Walk-in come a un processo di consultazione in cui il terapeuta offre delle idee (molte delle quali provengono direttamente dal cliente), mentre il cliente decide se accettarle, respingerle o metterle in attesa. La consultazione aiuta i terapeuti a non assumersi la responsabilità del cambiamento al posto del cliente, ma a creare il contesto che consenta alla persona di scoprire le sue risorse e indicare in che modo il terapeuta potrà essere una guida per lui.

 

 

Conclusioni

Il caso riportato ci ha illustrato come nella Terapia a Seduta Singola/Walk-in sia necessario stabilire un focus sui bisogni dei clienti e affrontare i problemi con interventi adeguati. Questi ultimi iniziano sempre con dei feedback positivi volti a valorizzare le risorse delle persone, a utilizzare le loro idee, a esortarli a compiere piccoli passi e a concentrarsi sul futuro immediato.

  

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

 

Bibliografia

Amundson, J. (1996). Why pragmatics is probably enough for now. Family Process, 35, 473–486.

de Shazer, S. (1985). Keys to solution in brief therapy. New York: Norton.

Fisch, R. (1994). Basic elements in the brief therapies. In M. F. Hoyt (Ed.), Constructive therapies 1. New York: Guilford.

Ray, W., & Keeney, B. (1993). Resource focused therapy. London: Karnac.

Slive, A., McElheran, N. & Lawson A. (2008). How Brief Does it get? Walk-in Single Session Therapy, Journal of Systemic Therapies, pp. 5–22.

 

Terapia a Seduta Singola e l’integrazione dell’Emotion Focused Therapy

La Terapia a Seduta Singola (TSS) come abbiamo già affrontato in altri articoli (clicca qui), è una pratica terapeutica che consente di integrare al suo interno altri approcci terapeutici e con l’articolo di oggi illustreremo come tale opportunità possa essere estesa anche all’approccio a lungo termine Emotion Focused Therapy (EFT).  

Sebbene non ci siano molte ricerche al riguardo, la psicologa Kristin M. Matthews (2018) nell’articolo “The Integration of Emotion-Focused Therapy Within Single-Session Therapy”, offre uno studio in cui dimostra come l’EFT possieda degli elementi utili per lo svolgimento della singola sessione. Lo studio fornisce, inoltre, delle indicazioni pratiche sull’utilizzo del modello in terapia e su come alcuni elementi possano portare, ad esempio, allo sviluppo di una forte alleanza terapeutica.

 

 

Su quali presupposti si basa l’integrazione del metodo della Terapia a Seduta Singola con gli altri approcci terapeutici?

La maggior parte della letteratura suggerisce che la TSS è un metodo terapeutico che consente l’integrazione di diversi modelli terapeutici, utili a rispondere alle diverse richieste dei clienti in una singola sessione (Paul & van Ommeren, 2013; Slive & Bobele, 2011). I modelli terapeutici integrati con la TSS su cui si trovano più studi in letteratura sono gli approcci terapeutici brevi come la Terapia Centrata Sulla Soluzione (TBCS) (clicca qui), la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) e la Terapia Strategica Familiare (TSF) (Iveson, George & Ratner, 2014; Ollendick & Davis, 2013; O’Neill, 2012). I modelli appena citati prevedono al loro interno la presenza di alcuni elementi comuni alla TSS che ne facilitano l’integrazione (Slive & Bobele, 2012).

 

 

Quali sono questi elementi?

Gli elementi comuni secondo Slive & Bobele (2012) sono:

  • la definizione di un obiettivo di lavoro specifico
  • un focus sui punti di forza del cliente e sulle soluzioni dei problemi
  • la convinzione che il cambiamento avvenga sempre
  • il presupposto che i clienti non richiedono molte sessioni perché si verifichino i cambiamenti

 

 

Cosa accade quando si vuole integrare la Terapia a Seduta Singola con alcuni modelli ti terapia a lungo termine?  

Dal momento che la TSS si verifica in una singola sessione, può essere difficile, se non impossibile, garantire che ogni elemento di quel modello di terapia, sia esso a breve o a lungo termine, venga integrato nella sessione. Pertanto i diversi modelli subiscono delle ristrutturazioni rispetto ai loro processi di cambiamento (McGuinty et al., 2016).

 

 

Cosa prevedono le ristrutturazioni?

Le ristrutturazioni prevedono l’eliminazione di alcuni elementi terapeutici, conservandone altri più utili alla singola sessione. Ad esempio negli interventi di TBCS e di TCC sono previsti come elementi fondamentali per il cambiamento, la prescrizione di compiti a casa e i successivi check-in di avanzamento (Trepper et al., 2013). Quando questi due modelli vengono integrati con la TSS, i consulenti non hanno più la possibilità di utilizzarli per verificare i progressi del cliente, pertanto dovranno adattarsi ai principi della TSS, utilizzando altre tecniche più adatte ad ottenere un rapido cambiamento (McGuinty et al., 2016).  

 

 

A quali considerazioni porta tutto ciò?

In linea con questo pensiero, i sostenitori della TSS suggeriscono che il cambiamento terapeutico sia attribuito a diversi fattori comuni (Slive & Bobele, 2012). Questi fattori includono: una forte alleanza terapeutica, le risorse interne ed esterne dei clienti e una struttura terapeutica indipendente dal modello terapeutico utilizzato (Duncan et al., 2010).

Duncan et al. (2010) hanno anche affermato che il successo della terapia non è dovuto alle caratteristiche uniche di un modello terapeutico, piuttosto agli aspetti comuni che consentono ai fattori di arrivare a un esito positivo. Di conseguenza, i consulenti che praticano la TSS dovrebbero utilizzare gli approcci terapeutici che si adattano meglio ai clienti e alla loro idea di cambiamento (Duncan et al., 2010).

 

 

Ci sono altri elementi che risultano fondamentali per ottenere un rapido cambiamento terapeutico?

Le ricerche sui processi di elaborazione emotiva come la consapevolezza, l’espressione, la regolazione e la trasformazione delle emozioni sono utili al cambiamento del cliente (Auszra et al., 2013; Dalgleish et al., 2015). Alcune ricerche, ad esempio, hanno dimostrato come l’elaborazione emotiva porti alla riduzione dei sintomi della depressione (Auszra et al., 2013; Kramer et al., 2015).

Infine Kramer et al. (2015) attraverso il loro studio hanno dimostrato come l’integrazione dei processi emotivi nella TSS favorisca lo sviluppo di una forte alleanza terapeutica. A partire da tali dati i l’Emotion Focused Therapy (EFT) potrebbe rappresentare un altro valido modello da integrare alla TSS.

 

 

Che cos’è l’Emotion Focused Therapy?

L’Emotion Focused Therapy (EFT) è un modello di terapia che enfatizza l’importanza delle emozioni e dell’elaborazione emotiva per cambiare i modelli di interazioni disfunzionali con gli altri (McGuinty et al., 2016). L’EFT utilizza una struttura integrativa fondata sulla teoria dell’attaccamento, sulla teoria dei sistemi familiari e sulla terapia esperienziale (Wiebe & Johnson, 2016) che prevede l’espressione delle emozioni in un ambiente sicuro e caratterizzato da una forte alleanza terapeutica (Greenberg, 2014).

 

 

Come funziona l’Emotion Focused Therapy?

L’ EFT prevede lo svolgimento di un lavoro in nove fasi che includono tre momenti di elaborazione emotiva (McGuinty et al., 2016):

  • nella prima fase i clienti lavorano per identificare gli schemi disfunzionali che incidono sui loro attaccamenti relazionali, accedendo alle loro emozioni e stabilendo una forte alleanza di lavoro con il consulente;
  • nella seconda fase il consulente aiuta i clienti ad esprimere i bisogni, i desideri e le emozioni connesse;
  • nella terza fase i clienti sviluppano nuove soluzioni per risolvere le relazioni problematiche e stabilire nuovi modelli di interazione emotivi (McGuinty et al., 2016).

 

 

Come si può integrare la TSS con l’EFT?

Di seguito sono elencati gli elementi dell’EFT che ne permetterebbero un’efficace integrazione con la TSS:

  • l’EFT come nella TSS è prevista la co-costruzione della definizione del problema, l’esplorazione delle credenze sul problema per sviluppare piccoli obiettivi di lavoro e l’attenzione al cambiamento (Campbell, 2012; McGuinty et al., 2016).

 

  • L’EFT considera la relazione terapeutica come un fattore predittivo dell’elaborazione emotiva e per la regolamentazione degli affetti (Greenberg, 2014).

 

  • Nella fase iniziale dell’EFT i consulenti raccolgono la storia delle relazioni di attaccamento per valutare il trauma (Goldman, Watson & Greenberg, 2011). A causa dei vincoli temporali della TSS, potrebbe non essere possibile raccogliere una storia completa delle relazioni passate, ma un breve racconto legato al problema presentato (Campbell, 2012). Durante questo passaggio, i consulenti potrebbero incoraggiare i clienti ad accedere alle loro emozioni, usando la riflessione empatica o la stimolazione delle risposte evocative (Goldman et al., 2011).

 

  • In alcuni casi i consulenti di TSS possono operare con clienti che non sono in grado di identificare emozioni specifiche. La tecnica di potenziamento ed espansione dell’EFT può aiutare il cliente a identificare e accettare quelle emozioni (Taylor & Lewis, 2018). Questa tecnica incoraggia la persona a provare i sentimenti spiacevoli, esplorando le reazioni fisiologiche e cognitive che emergono (Taylor & Lewis, 2018). Durante la sua applicazione è importante che il consulente si occupi delle espressioni non verbali del cliente, come il tono della voce e il linguaggio del corpo (Goldman, 2017).

 

  • L’enactment è un’altra tecnica EFT che potrebbe essere adatta alla TSS (Muntigl, Chubak & Angus, 2017). La tecnica prevede l’utilizzo di due sedie, il consulente invita il cliente a sedersi su una sedia e a immaginare il proprio sé critico seduto sull’altra sedia vuota (Taylor & Lewis, 2018). In quel determinato momento il consulente faciliterà la discussione tra il cliente e il sé critico, incoraggiando il cliente a rispondere a se stesso con empatia e comprensione. Successivamente il cliente, cambiando posto risponderà a se stesso come all’altro significativo. La tecnica della sedia vuota viene utilizzata, ad esempio, quando il cliente vive delle persistenti emozioni negative verso una persona significativa con cui non può esprimersi (Taylor & Lewis, 2018).

 

Conclusioni

La Terapia a Seduta Singola (TSS) come sostenuto da molti studiosi è una pratica terapeutica che consente di integrare al suo interno altri approcci terapeutici. Mentre l’applicazione della TSS con alcuni modelli di terapia breve è stata ampiamente studiata, nell’articolo di oggi invece si è voluto approfondire il suo utilizzo con il modello Emotion Focused Therapy (EFT), rispetto al quale sono stati presi in esame alcuni elementi chiave comuni alla TSS come: la co-costruzione del problema, l’esplorazione delle convinzioni sul problema al fine di sviluppare piccoli obiettivi di lavoro e il focus sulla modifica del problema (Campbell, 2012; McGuinty et al., 2016). Inoltre, sono state messe in evidenza alcune tecniche dell’EFT che ben si adattano allo svolgimento di una singola consulenza come: la riflessione empatica, la risposta evocativa, il potenziamento e l’espansione e l’enactment.

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

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L’alleanza terapeutica nella Terapia a Seduta Singola

Uno dei temi più dibattuti quando si parla di Terapie Brevi è senz’altro quello dell’alleanza terapeutica, quando il dibattito poi si concentra sul modo in cui questo fattore influisce nella Terapia a Seduta Singola, il confronto assume toni ancor più accesi.

Con l’articolo di oggi ci concentreremo su uno studio realizzato da Chrystal T. Fullen (2019) che descrive proprio il processo di co-costruzione dell’alleanza terapeutica nell’ambito della TSS a partire dall’analisi di alcune conversazioni terapeutiche.

 

 

Che cos’è nello specifico l’alleanza terapeutica?

L’alleanza terapeutica è uno dei fattori terapeutici più studiati nel campo della psicologia (Gelso, 2014). Nonostante i ricercatori e i professionisti non concordino sulla sua definizione, l’importanza che ricopre nel processo terapeutico invece è universalmente riconosciuta (Bordin, 1979). Spesso le parole alleanza e relazione vengono usate in modo intercambiabile per descrivere la connessione che si sviluppa tra il terapeuta e il cliente durante la terapia. Tuttavia Chrystal T. Fullen (2019) nella ricerca citata in questo articolo ha scelto di usare la parola alleanza per mettere in risalto l’ipotesi ampiamente diffusa che la forza dell’alleanza terapeutica è correlata ai risultati positivi della terapia (Arnow et al., 2013).

 

 

Perché l’alleanza terapeutica suscita tanto interesse?

Storicamente in psicologia la ricerca sui fattori terapeutici ha occupato un ruolo importante. I ricercatori hanno mostrato un costante interesse per i meccanismi che influiscono sul cambiamento in psicoterapia (Liebert & Dunn-Bryant, 2015). Tale attenzione non sorprende se si considera l’esistenza di oltre quattrocento modelli di psicoterapia, molti dei quali in forte competizione tra loro (Behan, 2019).

 

 

Esistono dei fattori di cambiamento comuni a tutte le psicoterapie?

Nel 1936 Rosenzweig postulò che tutti i modelli di psicoterapia sono efficaci e che il successo di tutte le terapie risiede nei punti in comune tra i modelli e non nelle loro differenze. Da allora, i ricercatori hanno continuato a individuare i fattori comuni nel tentativo di creare una teoria universale in grado mettere in evidenza i fattori specifici responsabili del successo della terapia (Frank, 1961; Wampold, 2001).

 

 

A quali conclusioni sono giunti i ricercatori?

La teoria più ampiamente accettata fino ad oggi è la teoria dei fattori comuni formulata da Lambert (1999) che nel 2010 Duncan, Hubble, e Miller (2010) hanno ampliato, mettendo in relazione i fattori che contribuiscono al cambiamento terapeutico con i risultati della terapia. Tale studio ha rilevato che gli esiti positivi di una terapia sono:

  • per il 40% direttamente collegati alle risorse extra-terapeutiche del cliente
  • per il 30% all’alleanza terapeutica
  • per il 15% alla speranza del cliente
  • per il 15% all’approccio teorico del terapeuta (Duncan, Hubble e Miller, 2010).

 Sebbene questa teoria sia ampiamente accettata, alcuni ne contestano la validità (de Felice et al., 2019), identificando altri comuni fattori (Brown, 2015; Drisko, 2014; Frank & Frank, 1993; Horvath & Luborsky, 1993). Indipendentemente da quale teoria venga favorita, tutti concordano però sul fatto che l’alleanza terapeutica sia fondamentale in tutti gli approcci terapeutici (Del Re & Wampold, 2012; Wampold, 2015).

 

 

Quando il tema dell’alleanza terapeutica si inserisce nel dibattito sulla durata della terapia cosa succede?

L’interesse per la durata della psicoterapia è fortemente legato al presupposto che l’alleanza terapeutica tra terapeuta e cliente venga stabilita in più sessioni. La controversia sulla lunghezza della terapia deriva dalla convinzione di alcuni ricercatori e professionisti che per creare una forte alleanza di lavoro e garantire la soddisfazione del cliente, a un terapeuta fosse necessario lo svolgimento di un numero alto di sessioni (Glebova et al., 2011).

 

 

Ma cosa è stato osservato da altri studiosi?

Howard, Kopta, Krause e Orlinksy (1986) hanno pubblicato uno studio che mette in evidenza come il numero di sessioni e gli esiti della psicoterapia sono correlati negativamente. Gli autori hanno suggerito inoltre che il massimo beneficio dalla psicoterapia si verifica nelle prime sei sessioni, mentre con il passare del temo non si verificano significativi miglioramenti. Spesso i clienti mostrano soddisfazione nei confronti di un servizio di psicoterapia indipendentemente dal numero di sessioni frequentate (Littlepage et al., 1976) così come l’alleanza terapeutica insieme ai risultati positivi e alla soddisfazione del cliente non dipendono dalla durata di trattamento (Ardito & Rabellino, 2011; Arnow et al., 2013; Horvath & Symonds, 1991).

 

 

E la ricerca di Fullen?

Fullen ha condotto la sua indagine, utilizzando l’analisi della conversazione (CA), un metodo qualitativo di analisi sviluppato da Harvey Sacks (1995), un importante sociologo, attraverso la quale ha analizzato una singola sessione di terapia. L’uso della CA nella ricerca in psicoterapia è consolidato e costituisce un valido metodo di analisi (Couture & Sutherland, 2006; Muntigl & Horvath, 2016; Sutherland & Strong, 2011).

 

 

Quali sono stati i risultati?

L’analisi ha riguardato lo studio di terapie a seduta singola realizzate con adulti compresi tra i 18 e i 75 anni. Gli estratti delle conversazioni hanno fornito prove chiare a sostengono della co-costruzione di un’alleanza terapeutica durante tutta la sessione. Fullen ha identificato i momenti della trascrizione in cui il terapeuta e il cliente si sono impegnati nella definizione di significato, collaborazione, analizzando le caratteristiche paralinguistiche della conversazione. Successivamente ha associato gli estratti delle trascrizioni con gli aspetti della relazione già definiti in precedenza dalla teoria originale di Bordin (1979) che ha definito l’alleanza terapeutica come un reciproco accordo riguardo agli Obiettivi (Goal) del cambiamento e ai Compiti (Task) necessari per raggiungerli, insieme allo stabilirsi dei Legami (Bond) che mantengono la collaborazione tra i partecipanti al lavoro terapeutico.

Di seguito gli elementi rilevati nelle conversazioni che hanno permesso la co-costruzione dell’alleanza:

  • Spontaneità della relazione
  • Considerazione positiva e incondizionata da parte del terapeuta verso il cliente
  • Empatia
  • Accordo sul raggiungimento di un obiettivo di lavoro
  • Compiti necessari per il raggiungimento dell’obiettivo
  • Relazione professionale tra cliente e terapeuta costruita sulla fiducia creata attraverso la spontaneità e il rispetto incondizionato
  • Soddisfazione del cliente per la terapia

 

 

Conclusioni

Con l’articolo di oggi abbiamo voluto fornire delle prove a sostegno dell’idea che una singola sessione di terapia possa essere sufficiente per creare un’alleanza terapeutica stabile e positiva. La ricerca citata nell’articolo mette in evidenza come la TSS si basi sugli stessi principi di altri approcci terapeutici ovvero, aiutare il cliente a migliorare la qualità della vita attraverso la co-costruzione di un’alleanza terapeutica utile ad amplificare i risultati terapeutici positivi. Con l’aumento dei costi sanitari e delle cure la TSS diventa un’opzione terapeutica conveniente ed efficace. I risultati dello studio supportano, inoltre, tutte quelle ricerche che ritengono che la TSS sia efficace quanto le altre forme di terapia basate sull’evidenza. Questi risultati sfidano anche i ricercatori che suggeriscono che i modelli a lungo termine siano più efficaci semplicemente perché sono più lunghi senza considerare tutta la ricerca a supporto del fatto che la frequenza con cui le persone svolgono una terapia è spesso di una o solo di alcune sessioni e con soddisfazione per i risultati raggiunti.

 

 

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Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

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