Scarica gratis il primo e-book sulla TSS

“Terapia a Seduta Singola. Un’introduzione a principi e pratiche“

Come ottenere il massimo da ogni singolo incontro

Approfondiamo insieme alcuni aspetti

Testimonianze

Leggi nella sezione del Workshop TSS tutte le testimonianze lasciate da chi si è formato con noi.

img

Ho iniziato già dal giorno seguente a mettere in pratica alcuni dei punti focali della TSS nel corso di sedute “tradizionali” già avviate da tempo e devo dire che ho percepito un miglioramento della mia esperienza soggettiva per quanto riguarda: -la focalizzazione dell’obiettivo del paziente all’interno della specifica sessione -la restituzione più puntuale degli aspetti di risorsa e impegno nel lavoro terapeutico (cosa che, mi sono accorta, accresce il senso di alleanza…) -e, più di tutto, un risultato migliore, in termini di efficacia, di un feedback sistematico nel corso della seduta!!! Tutto questo per dire che sono veramente molto soddisfatta dell’acquisizione di questo nuovo assetto metodologico e che sono molto felice di continuare a condividere con voi nuovi sviluppi della TSS ed esperienze personali !

Monica Leva - Psicologa, psicoterapeuta sistemico-relazionale

Ultimi aggiornamenti sulla Terapia a Seduta Singola

Fase 2 e Terapia a Seduta Singola: Idee e dubbi sull’attivazione d servizi Walk-in/TSS.

La Fase 2 rappresenta, dopo il lockdown, un momento importante e decisivo per la vita professionale dello psicologo. Sulla rete e sui social si assiste a un grande fermento di idee e progetti per superare questa difficile fase di ripresa. Le proposte sono tante, alcune si concentrano sulle strategie di marketing, altre riguardano la formazione di nuovi metodi d’intervento e disturbi da trattare, infine ci sono tutte le informazioni sullo stato dell’arte della nostra professione.

 

 

Cosa vuol dire tutto questo?

La domanda potrebbe apparire retorica, ma in realtà vale la pena soffermarcisi a pensare. Oggi più che mai il mondo della psicologia e della salute mentale dovrà adattarsi a un nuovo modo di offrire i propri servizi. A volte questo passaggio richiede l’acquisizione di nuove competenze, altre volte, invece, necessita semplicemente di un cambiamento nel modo di pensare e fornire i propri servizi, utilizzando gli strumenti e le risorse già a disposizione. Uno di questi modi è quello, ad esempio, di implementare un servizio Walk-in/Terapia a Seduta Singola (WI/ SST).

 

 

Ma come ci si può orientare nel processo decisionale rispetto ai percorsi da intraprendere in un momento come questo?

Con l’articolo di oggi esamineremo alcune delle idee e dei debbi più comuni espressi da coloro che intendono prendere in considerazione l’idea di fornire servizi Walk-in/Terapia a Seduta Singola. A tale proposito ricorreremo a un articolo pubblicato nel 2019 da Arnold Slive e Monte Bobele sul Journal of Systemic Therapies, dal titolo Ideas for Addressing Doubts About.Walk in/Single -Session Therapy in cui attraverso le esperienze concrete dei professionisti delle comunità di salute mentale dell’Ontario in Canada proveremo a sciogliere alcuni nodi.

 

 

Sapete già quali sono i punti cardine dei servizi Walkin/SST

I servizi di terapia Walk-in/Single-Session Therapy  si basano su due idee fondamentali:

  1. facilitare l’accesso ai servizi di salute mentale, eliminando il problema delle liste di attesa e di altre procedure burocratiche;
  2. ottenere il massimo dei risultati attraverso la forma di terapia breve SST.

 

 

Nonostante il successo che tali servizi hanno riscontrato in tutto il mondo, quali sono ancora i dubbi dei professionisti che vogliono implementarli nella loro pratica professionale?

Le argomentazioni hanno spaziato dai dubbi sull’efficacia dell’intervento e sulla possibilità di stabilire un’alleanza terapeutica con un solo incontro di terapia, a questioni di tipo più pratico e organizzativo, tutto con l’obiettivo di superare alcuni fraintendimenti sorti intorno a tali servizi innovativi.

 

 

Vediamo quali sono i quesiti più frequenti!

  • Se le richieste da parte dei clienti aumentano è possibile fronteggiarle tutte?

Nel 1990 quando in Ontario alcuni membri dello staff delle Wood’s Homes (servizi di terapia familiare ambulatoriale) nella comunità di Calgary in Canada, iniziarono a proporre dei servizi di consulenza walk-in (senza appuntamento) per risolvere il problema delle liste di attesa, si resero conto che presto molte persone cominciarono a utilizzarli. A una prima valutazione questo risultato fu valutato positivamente, tuttavia, alcuni si chiedevano se ciò non avesse portato a un aumento eccessivo della richiesta dei servizi.

Se tale preoccupazione in un primo momento metteva in luce un aspetto negativo di questa modalità di fornire i servizi, allo stesso tempo rappresentava un segno che le cliniche stavano sulla strada giusta. Il maggiore accesso ai servizi di salute mentale era il risultato atteso.

Nel corso degli anni non è mai accaduto che un’agenzia di consulenza abbia dovuto smettere di offrire servizi walk-in perché troppo occupata, inoltre, la maggior parte delle cliniche ha trovato modi creativi per adattarsi all’aumento dei clienti: aggiungendo ore di lavoro, aumentando il personale in modo da svolgere più sessioni contemporaneamente, reclutando professionisti della salute mentale per fare volontariato o professionisti della salute mentale in formazione.

 

  • Che cosa succede se un cliente arriva alla clinica, mostrando il rischio di suicidio/autolesionismo o minacce di violenza, abusi domestici o abusi sui minori? Come si possono affrontare in modo responsabile ed etico problemi così gravi in una sola ora?

La risposta a queste domande è semplice. Nella sessione walk-in tali problemi vengono gestiti allo stesso modo che nei servizi su appuntamento che prevedono lo svolgimento di più sessioni. Si valuta il rischio e si cerca di collaborare con il cliente per sviluppare un piano di sicurezza. Se necessario, ci si assicura che la persona vada in un pronto soccorso dell’ospedale per un’ulteriore valutazione oppure vengono contattate le autorità competenti come polizia o servizi di protezione dei minori. Quando è possibile vengono coinvolti i familiari o altre persone di supporto nel processo.

 

  • Come si possono ottenere i dati pre e post sessione?

Quando i clienti arrivano in una clinica walk-in l’addetto alla reception fornisce al cliente un breve modulo da compilare prima della sessione. Solitamente è una pagina che può essere compilata in 5-10 minuti in cui i clienti forniscono i dati anagrafici e rispondono ad alcune domande sul motivo per cui chiedono aiuto. Le domande più rappresentative sono:

  • Qual è la preoccupazione più importante che vorresti affrontare oggi?
  • Esistono alcune informazioni di base che si desidera condividere rispetto al problema?
  • Alcune persone trovano che una sessione possa bastare. Alla fine della tua sessione, cosa ti dirà che hai fatto un passo verso la giusta direzione?

Dopo o durante la sessione il terapeuta completa una nota di sessione. Il modello include la descrizione del problema che il cliente ha affrontato nella sessione, le informazioni di base sulle sue preoccupazioni e il modo in cui sono state affrontate, infine i piani futuri (ad es. nessun piano per sessioni future, invito al ritorno per altre sessioni walk-in, informazioni su altre risorse della comunità).

 

  • Non esistono valutazioni pre-sessione?

Nei servizi walk-in si ritiene che la somministrazione di lunghi questionari o di test psicologici prima della sessione sia poco utile. Gli operatori hanno scoperto che avere le informazioni con il modulo pre-sessione è sufficiente per indirizzare il terapeuta a porre ulteriori domande sulla valutazione del rischio come quelle di seguito:

“Hai qualche preoccupazione che tu (o tuo figlio o chiunque sia con te) sia a rischio per se stesso, per gli altri o per gli animali domestici?”

Quando i clienti rispondono affermativamente alle domande il medico WI/SST valuterà il rischio. Cinquant’anni di ricerca indicano che non ci sono fattori in grado di predire la morte per suicidio (Franklin et al., 2017), né strategie di prevenzione (Zalsman et al., 2017) o di screening che dimostrano la riduzione delle morti per suicidio (Milner et al., 2017).

 

  • Dal momento che in un servizio walk-in non è previsto lo screening dei clienti, c’è rischio di violenza per il personale?

Quando questa preoccupazione è stata espressa da parte del personale clinico poco prima di aprire il centro a Calgary, lo staff si è consultato con la polizia. Dalla loro esperienza, la probabilità di un evento violento era bassa o simile a quella di qualsiasi altra impresa che fornisce servizi alla comunità. I clienti sperimentano meno ostilità rispetto ai servizi tradizionali perché tendono ad essere meno frustrati dai soliti ostacoli burocratici per prendere un appuntamento. Inoltre, la maggior parte di loro arriva in un momento significativo, pertanto sono pronti a lavorare sul problema.

 

  • Se i clienti chiedono qualcosa che la sessione non può offrire?

All’inizio delle sessioni i clienti sono invitati a dire cosa vogliono: “Cosa speri di ottenere oggi?” o “Quando starai andando via e pensando al tempo trascorso insieme nella sessione, cosa ti dirà che è stato un buon uso del tuo tempo?  

Uno dei motivi per cui vengono poste queste domande è che delle volte i clienti potrebbero chiedere qualcosa che non si può offrire, come ad esempio, dei farmaci, una valutazione formale, delle indagini investigative per un sospetto abuso su un bambino o una lettera formale in merito un problema legale come una disputa di custodia o accuse penali. A partire da queste richieste all’inizio della sessione è possibile chiarire ai potenziali clienti che l’intervento non include tali servizi. Tuttavia possono ricevere informazioni di riferimento su dove possono ottenerli.

  

  • Cosa accade se un cliente è contemporaneamente in terapia con un altro professionista?

A volte un cliente arriva a un servizio walk-in mentre è in psicoterapia con un altro professionista. Ciò può accadere quando il cliente è in crisi e il suo terapeuta è in viaggio o in vacanza. Quando i clienti utilizzano un servizio walk-in perché l’attuale terapeuta non è disponibile, si può dire: “Come possiamo utilizzare questa sessione oggi per promuovere il lavoro che fai con l’altro tuo terapista? “

In queste occasioni si offre alla persona l’opportunità di svolgere un colloquio solo per quella occasione. Se il cliente è preoccupato per il progresso della terapia in corso, viene incoraggiato ad affrontare tale preoccupazione con il terapeuta e vengono suggerite le modalità su come sollevare le preoccupazioni nella prossima sessione di terapia.

 

  • Tipologie di clienti come emarginati o appartenenti alle minoranze possono accedere ai servizi wlk-in?

L’opportunità delle consulenze walk-in è un modo per facilitare l’accesso ai servizi anche da parte di persone emarginate o appartenenti a delle minoranze che non sono abituate alla terapia. Un servizio di facile accesso e senza screening è meno intimidatorio rispetto alle forme più tradizionali di erogazione del servizio.

 

  • I clienti possono utilizzare un servizio WI come una terapia continua?

Alcuni clienti possono tornare in un servizio walk-in più volte, il loro ritorno viene trattato come una nuova singola sessione. Questo aspetto è positivo, perché i clienti sviluppano una relazione a lungo termine con il servizio. Tuttavia, alcuni clienti utilizzano il servizio walk-in come se si trattasse di una terapia a lungo termine. Quando ciò accade si collabora con il cliente per trovare la soluzione adatta al suo bisogno.

 

  • Si può condividere la storia dei clienti in una sessione di un’ora?

Quando a un cliente viene chiesto “Cosa vuoi oggi?” o “Cosa speri di ottenere oggi?” potremmo ottenere una risposta del tipo: “Voglio solo parlare” o “Ci sono cose che sono state sepolte dentro di me per troppo tempo”. Alcune sessioni possono terminare senza alcuna raccomandazione o passi successivi. La ricerca walk-in (Miller, 2008) ha dimostrato che per molti clienti il vantaggio principale della singola sessione è quello di essere ascoltati e capiti.

 

  • La TSS non è solo un “Band-Aid”?

Quando ti formi come terapeuta WI/SST incontrerai alcuni colleghi molto critici. La terapia a sessione singola e le terapie brevi spesso non sono presenti nei programmi di formazione universitaria. Alcuni studiosi scettici la definiscono un intervento “Band-Aid” (cerotto). Questo termine utilizzato in termini negativi può far pensare a un tipo di intervento meno efficace e forse anche non etico. Tuttavia i cerotti sono molto utili sul piano terapeutico: riducono le infezioni e prevengono la diffusione della malattia, inoltre, promuovono l’auto-guarigione. Nel contesto della psicoterapia la prevenzione dell’infezione può essere vista come un intervento effettuato prima che un normale problema peggiori e richieda un livello superiore di cura. I WI/ST prevengono la diffusione della malattia, affrontando i problemi dei clienti prima che il loro sistema sociale ne venga influenzato negativamente. Il Band Aid, quindi, è una soluzione economica, conveniente e utilizzabile con una varietà di problemi con il minimo sforzo, tempo e costi.

 

  • È etico non fornire altri contatti dopo il primo?

In genere non si effettuano contatti di follow-up post-sessione con i clienti walk-in. In alcune occasioni la sessione potrà tradursi nella co-costruzione di un piano di sicurezza per affrontare le situazioni di rischio con l’accordo di un contatto per informarsi sul funzionamento del piano. Ma questo è un evento relativamente raro. A parte un accordo preliminare per stabilire un contatto post-sessione a fini di ricerca, la sessione termina con la prima sessione. L’idea della terapia come consultazione aiuta i terapeuti a gestire meglio le proprie preoccupazioni su ciò che accadrà ai clienti dopo la sessione walk-in.

 

  • Di quale tipo di formazione e supporto hanno bisogno i nuovi terapisti WI/ TSS?

È comprensibile che i terapeuti sperimentino un sentimento di apprensione per questa nuova forma di erogazione del servizio. Del resto molti programmi di formazione non offrono corsi di terapia breve o di WI/SST, nonostante le evidenze dimostrino che la maggior parte delle psicoterapie sono brevi (Bloom, 1981; Talmon, 1990). I terapeuti però possono rassicurarsi, scoprendo che per questo lavoro non è richiesto un modo completamente nuovo di fare terapia. Ciò di cui si ha bisogno è un supporto organizzativo e l’acquisizione di una mentalità a sessione singola (Bobele & Slive, 2014; Slive & Bobele, 2011, 2012). Questa mentalità si sviluppa quando i terapeuti apprendono che la prima sessione di psicoterapia tradizionalmente programmata è spesso l’unica e che la maggior parte dei clienti che vengono accolti una sola volta sono soddisfatti. Questa mentalità aiuta a dare fiducia ai terapeuti che possono adattare in modo creativo i loro modi di lavorare al formato WI/ SST.

 

 

Conclusioni

Con questo articolo abbiamo tentato di rispondere alle preoccupazioni, ai dubbi e alle paure riguardo l’implementazione di servizi WI/SST. Le preoccupazioni sono comprensibili dato che questo è un concetto ancora nuovo per molti terapeuti e amministratori. Tuttavia esistono buoni motivi per investire su questo nuovo campo, tra cui la possibilità di fornire servizi più adeguati agli stili di vita postmoderni, attraverso l’acquisizione di un metodo d’intervento in grado di potenziare le risorse e gli strumenti già posseduti dal terapeuta.   

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

 

Bibliografia

Bloom, B. L. (1981). Focused single-session therapy: Initial development and evaluation. In S. H. Budman (Ed.), Forms of brief therapy (pp. 167–216). New York, NY: Guilford.

Bobele, M., Lopez, S. S.-G., Scamardo, M., & Solórzano, B. (2008). Single-session/walk-in therapy with Mexican-American clients. Journal of Systemic Therapies, 27(4), 75–89.

Bobele, M., & Slive, A. (2014). One walk-in single/session at a time: When you have a whole hour. In M. Hoyt & M. Talmon (Eds.), Capturing the moment: Single session therapy and walk-in services. Bethel, CT: Crown House.

Franklin, J. C., Ribeiro, J. D., Fox, K. R., Bentley, K. H., Kleiman, E. M., Huang, X., . . . Nock, M. K. (2017). Risk factors for suicidal thoughts and behaviors: A meta-analysis of 50 years of research. Psychological Bulletin, 143(2), 187–232. https://doi-org.ezproxy. ollusa.edu/10.1037/bul0000084

Milner, A., Witt, K., Pirkis, J., Hetrick, S., Robinson, J., Currier, D., . . . Carter, G. L. (2017). The effectiveness of suicide prevention delivered by GPs: A systematic review and meta-analysis. Journal of Affective Disorders, 210, 294–302.

Slive A., & Bobele, M. (2011). When one hour is all you have: Effective therapy for walk-in clients. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.

Slive, A., & Bobele, M. (2012). Walk-in counselling services: Making the most of one hour. Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 33(1), 27–38.

Slive, A., & Bobele, M. (2018). The three top reasons why walk-in/single-sessions make perfect sense. In M. F. Hoyt, M. Bobele, A. Slive, J. Young, & M. Talmon (Eds.), Singlesession therapy by walk-in or appointment (pp. 27–39). New York, NY: Routledge.

Talmon, M. (1990). Single session solutions: Maximizing the effect of the first (and often only) therapeutic encounter. San Francisco, CA: Jossey-Bass.

Zalsman, G., Hawton, K., Wasserman, D., van Heeringen, K., Arensman, E., Sarchiapone, M., & Purebl, G. (2016). Suicide prevention strategies revisited: 10-year systematic review. Lancet Psychiatry, 3(7), 646–659.

 

Emergenza Covid -19 e Terapia a Seduta Singola: Fase 2 e l’impatto sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti

La Fase 2 è iniziata ormai e molte persone hanno mosso i primi passi verso il mondo esterno, ricongiungendosi finalmente con i propri familiari oppure riprendendo le attività lavorative. Senza lasciarsi trasportare da un facile ottimismo l’allentamento delle misure di restrizione ha permesso a molte persone di riprendere fiato dopo aver vissuto un lungo periodo in apnea.

 

 

Ma la Fase 2 ha riguardato proprio tutti allo stesso modo?

Un tema molto dibattuto rispetto al quale non ci sono ancora risposte chiare ad esempio è quello relativo alla gestione del futuro dei bambini e degli adolescenti, nonché gli effetti causati dal lungo periodo di distacco dalla vita sociale e scolastica sulla loro vita e quella delle famiglie.

 

 

Quali sono le implicazioni di questo problema?

Questo tema ha ovviamente diverse implicazioni che riguardano sia la salute e il benessere dei bambini e degli adolescenti che quello delle loro famiglie. Queste ultime, infatti, si sono trovate a dover gestire la vita dei figli, interpretando anche altri ruoli diversi da quello del genitore come ad esempio il ruolo dell’insegnate e in alcuni casi quello del compagno di giochi e di divertimento.

Tutto ciò ha portato molte famiglie a doversi reinventare una routine quotidiana, nonché gestire conflitti e problematiche a volte nuove, a volte già note, ma esasperate dalla situazione emergente.

 

 

Quindi di cosa ci proponiamo di parlare oggi?

Prevedendo le numerose richieste che come professionisti della salute mentale ci troveremo (o già ci stiamo trovando) ad affrontare, l’obiettivo dell’articolo di oggi sarà quello di condividere i punti chiave per condurre una Terapia a Seduta Singola con le famiglie, ripresi dalle linee guida per l’intervento con le famiglie proposte dal Bouveri Center in Australia (clicca qui).

 

 

Prima di passare a definire l’intervento singolo con la famiglia approfondiamo il fenomeno, vedendo cosa accade nel mondo!

A tale proposito sulla rivista The Lancet Child & Adolescent Health è stato pubblicato un articolo dal titolo Pandemic school closures: risks and opportunities (clicca qui), in cui è riportata una revisione sistematica di Russel Viner et al. pubblicata il 6 aprile 2020 sulla stessa rivista, in cui sono stati valutati i risultati di 16 studi che hanno esaminato gli effetti delle chiusure scolastiche sui focolai di coronavirus in Cina, Hong Kong e Singapore e più in generale sulla vita dei bambini e degli adolescenti.  

 

 

Cosa hanno rilevato gli studi?

Gli studi hanno messo in evidenza che la chiusura delle scuole ha comportato dei benefici limitati sul rallentamento della diffusione del virus, mentre ha comportato in alcuni casi limitazioni nella sfera dell’apprendimento, della socializzazione e delle attività fisiche con un rischio alto per i bambini più vulnerabili, compresi quelli che vivono in contesti familiari a basso reddito.

 

 

Quali altri svantaggi sono stati evidenziati

Oltre agli svantaggi diretti, altri fenomeni secondari sono stati rilevati come:

  • l’impossibilità molti bambini dell’accesso ai servizi di assistenza sociale forniti tramite la scuola (es. mensa gratuita, impianti di lavaggio ecc.);
  • perdita della relazione tra servizi di assistenza sanitaria e scuola. Tale aspetto rende più difficoltoso l’accesso ad alcuni servizi sanitari o ad alcuni dispositivi per la salute (es. servizi di salute mentale, vaccinazioni).

 

 

Cosa comporta tutto ciò sui bambini piccoli?

I bambini piccoli confinati a casa, ad esempio, non riescono ad accedere autonomamente alle linee guida per il comportamento motorio fornite dall’OMS che raccomandano almeno 60 minuti al giorno di attività fisica (da moderata a vigorosa) per bambini tra i 5 e i 17 anni. Ciò mette a repentaglio non solo il benessere mentale e fisico dei piccoli, ma aumenta anche il rischio di stabilire abitudini pericolose, come un aumento del tempo dedicato all’uso della tecnologia o dello spuntino che possono danneggiare la salute cardiovascolare e muscoloscheletrica futura.

 

 

E per gli adolescenti?

Per gli adolescenti la chiusura delle scuole e l’allontanamento sociale possono essere particolarmente difficili. Durante l’adolescenza i giovani aumentano l’indipendenza e iniziano a dare priorità alle relazioni con i coetanei rispetto a quelle con i genitori. L’interruzione di questi rapporti può determinare sentimenti di rabbia e frustrazione a causa della mancanza di alcuni riti di passaggio legati alla vita con gli altri e per l’incertezza sul futuro scolastico. Infine può insorgere l’ansia di fronte alle minacce della pandemia per loro, per le loro famiglie e per gli amici.

 

 

In questa situazione è possibile oltre ai rischi rintracciare delle opportunità per i giovani?

Dallo studio è emerso che la pandemia può offrire ai giovani anche l’opportunità di sviluppare e affinare le proprie capacità di ripresa e adattabilità, apprezzando il valore della responsabilità sociale e del sacrificio per la protezione dei più vulnerabili. Pertanto diventa fondamentale rafforzare le esperienze dei giovani durante questa crisi globale, ascoltare le loro soluzioni creative e condividerle per consentirgli di utilizzarle per creare una società più solida e premurosa.

 

 

Sul piano sociale cosa bisognerebbe fare?

I funzionari della sanità pubblica dovranno dare la priorità ai piani nazionali per valutare come e quando riaprire le scuole, prendendo in considerazione misure alternative come orari ridotti o lezioni scaglionate. Molti bambini avranno probabilmente bisogno di sostegno quando torneranno alla vita normale, specialmente quelli che hanno vissuto un lutto.

 

 

In che modo può essere d’aiuto la TSS con le famiglie?

Le ricerche evidenziano che lavorare con le famiglie in cui è presente un membro con problematiche di salute mentale può migliorare sia la vita del singolo cliente (sia adulto che bambino), sia ridurre lo stress di tutti membri della famiglia (Carr, 2009a, 2009b). Nel tempo il lavoro familiare ha acquisito sempre più importanza, ma per le famiglie non è sempre stato di facile accesso. Le principali barriere con cui i professionisti si sono scontrati nell’applicazione di questo tipo di intervento hanno riguardato il tempo, l’energia e le qualifiche specialistiche necessarie per attuarlo. La Single Session Family Consultations (SSFC) sviluppata dal Bouveri Center è stata studiata proprio per superare queste barriere, fornendo una guida per la realizzazione di un intervento breve con le famiglie.

 

 

Che cos’è la Single Session Family Consultation?

La Single Session Family Consultation (SSFC) è un incontro breve con la famiglia che mira a chiarire come quest’ultima sarà coinvolta nel sostegno della persona in difficoltà e aiutare i singoli membri a identificare e ad affrontare i propri bisogni, in particolare quando ci si riferisce al loro ruolo di sostenitori/tutori.

 

 

Quando si può utilizzar utilizzato un SSFC?

La Single Session Family Consultations può essere utilizzata:

  • come parte integrante di un servizio di consulenza con le famiglie già fornito
  • per riattivare una situazione bloccata o cronica
  • per aiutare a sviluppare un piano di dimissione di un membro inserito in un percorso di cura
  • per aiutare un cliente a riconnettersi con la propria famiglia
  • per risolvere quasi tutti i problemi dei singoli membri del nucleo

 

 

Quali sono i punti chiave di un intervento a seduta singola con le famiglie?

In un intervento SSFC è importante:

  • coinvolgere nell’incontro tutti i membri della famiglia a meno che non ci siano motivi validi perché uno dei membri non possa partecipare. La persona in difficoltà è incoraggiata a partecipare in maniera attiva durante tutto il processo di pianificazione e coinvolgimento nella sessione stessa;
  • l’SSFC è un processo basato sui punti di forza per rispondere ai bisogni della famiglia piuttosto che una valutazione del funzionamento della famiglia;
  • l’SSFC è un processo reciproco che comporta uno scambio di informazioni a tre vie tra il cliente, i familiari e il professionista;
  • i membri della famiglia e il cliente sono incoraggiati a sollevare questioni che sono importanti per loro nella seduta. Tuttavia, non sono obbligati a condividere informazioni di cui non si sentono a proprio agio a discutere;
  • l’SSFC può portare a una serie di risultati ovvero la decisione di non avere ulteriori sessioni, la decisione di incontrarsi di nuovo, la decisione di incontrare un sottogruppo di membri della famiglia più piccolo, il chiarimento delle modalità di contatto e coinvolgimento in corso e/o l’invio ad altri servizi.

 

 

Conclusioni

Entrare nella Fase 2 ci metterà nella condizione di affrontare altre sfide professionali e accogliere nuovi bisogni. Le famiglie rappresentano indubbiamente una delle realtà più colpite dalla pandemia soprattutto per i molteplici problemi che hanno dovuto e che dovranno affrontare (economici, organizzativi, relazionali, educativi). Escludere a priori un intervento rivolto alle famiglie solo per i tempi e le energie che queste richiederebbero, rispettando modelli tradizionali di intervento creerebbe un grande vuoto. Investire su un intervento breve potrebbe, invece, portare a molteplici risultati in breve tempo e assolvere a molteplici funzioni che possono andare dalla prevenzione all’intervento stesso.  

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

  

Bibliografia

Carr, A. (2009a). L’efficacia della terapia familiare e degli interventi sistemici per problemi incentrati sull’adulto. Journal of Family Therapy (31), 46-74.

Carr, A. (2009b). L’efficacia della terapia familiare e degli interventi sistemici per problemi incentrati sul bambino. Journal of Family Therapy, 31 (1), 3-45.

Pandemic school closures: risks and opportunities (2020), The Lancet Child & Adolescent Health from https://www.thelancet.com/journals/lanchi/article

Russell,V.M, Russell S. J., Croker, H., Packer, J., Ward, J., Claire Stansfield, C. et al. (2020). Lancet Child Adolesc Health from https://www.thelancet.com/journals/lanchi/article

Emergenza Covid – 19 e Terapia a Seduta Singola: l’impatto psicologico della quarantena e la Fase 2

L’emergenza coronavirus sta per volgere alla cosiddetta Fase 2 ovvero a quel momento di allentamento delle misure di restrizione sociale, che porteranno a muovere i primi timidi passi verso la tanto desiderata libertà.

Prima di passare a immaginare il prossimo futuro della Fase 2 vediamo quali sono secondo un articolo scientifico pubblicato sulla rivista The Lancet dal titolo The psychological impact of quarantine and how to reduce (Brooks et al., 2020), gli effetti della quarantena sul piano psicologico e sociale.

L’obiettivo dell’articolo di oggi sarà quello di andare a identificare le possibili problematiche che le persone dovranno gestire e il modo in cui gli psicologi potranno prepararsi ad intervenire.

 

 

Cos’è la quarantena?

La quarantena è la restrizione degli spostamenti e la separazione delle persone potenzialmente esposte a una malattia contagiosa con lo scopo di verificare il decorso della malattia e ridurre il rischio di contagio. Nonostante la sua definizione differisca da quella di isolamento, inteso come separazione delle persone contagiate dalle persone che non lo sono, i due termini spesso sono usati in modo intercambiabile.  

 

 

Quali sono le sue origini?

La parola quarantena fu usata per la prima volta in Italia a Venezia nel 1127 come risposta alla lebbra e più tardi anche per la peste. Recentemente altre quarantene sono state imposte in aree della Cina e del Canada durante la diffusione della Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS) del 2003 e in interi villaggi dell’Africa occidentale durante l’epidemia di Ebola del 2014.

 

 

Perché è stata richiesta una revisione sulle conseguenze della quarantena?

La quarantena è spesso vissuta come un’esperienza spiacevole per coloro che la subiscono. La separazione dai propri cari, la perdita della libertà, l’incertezza sulla malattia e la noia possono creare effetti drammatici sulla salute mentale delle persone. Data la situazione che stiamo vivendo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha richiesto tale revisione, non solo per valutare l’impatto della quarantena sulla salute mentale, ma per individuare anche i fattori che possono contribuire a mitigarne gli effetti.

 

 

Come sono stati rilevati i dati per valutare l’impatto psicologico della quarantena?

La ricerca ha realizzato una revisione dell’impatto psicologico della quarantena utilizzando tre database elettronici da cui sono stati trovati 3166 articoli sull’argomento. Di questi ultimi ne sono stati inclusi nello studio 24, tutti riferiti a studi condotti in dieci paesi che avevano avuto contagi da SARS (11 studi), Ebola (cinque), pandemia di influenza H1N1 del 2009 e 2010 (tre), sindrome respiratoria del Medio Oriente (due) e influenza equina (una). Uno di questi studi riguardava sia l’H1N1 che la SARS.

 

 

Cosa è stato rilevato dalla revisione degli articoli?

L’analisi della maggior parte degli studi ha riportato effetti psicologici negativi tra cui sintomi di stress post-traumatico, confusione e rabbia. Per un approfondimento dei dati della ricerca e della bibliografia (clicca qui). Di seguito, invece, offriamo una sintesi dei fattori di stress durante e dopo la quarantena e delle azioni che possono mitigarne gli effetti ripresi dall’articolo.

 

 

Fattori di stress durante la quarantena

  • Durata della quarantena

Gli studi hanno dimostrato che periodi prolungati di quarantena sono associati a problemi di salute mentale, sintomi post-traumatici da stress, comportamenti di evitamento e rabbia.

  • Paure dell’infezione

I partecipanti a otto studi hanno riportato paure sulla propria salute o paure di infettare altri, in particolare in infettare i familiari.

  • Frustrazione e noia

Il confinamento, la perdita della solita routine e il ridotto contatto sociale e fisico con gli altri sono stati spesso indicati come causa di noia, frustrazione e senso di isolamento dal resto del mondo. La frustrazione era esacerbata dal fatto di non poter prendere parte alle normali attività quotidiane, come fare acquisti per le necessità di base o prendere parte alle attività di social network tramite telefono o Internet.

  • Forniture inadeguate

Avere forniture di base inadeguate (ad es. cibo, acqua, vestiti o alloggio) durante la quarantena è stato valutato come fonte di frustrazione e associato ad ansia e rabbia fino a 4-6 mesi dopo la quarantena.

  • Informazioni inadeguate

La scarsità di informazioni da parte delle autorità sanitarie e la mancanza di linee guida chiare e insufficienti sulle azioni da intraprendere generavano confusione ed erano vissute come fonti di stress anche predittive dello sviluppo dei sintomi da stress post-traumatico.

 

 

Fattori di stress post quarantena

  • Finanza

La perdita finanziaria può essere un problema durante e dopo la quarantena in quanto le persone si trovano a interrompere le loro attività professionali senza una pianificazione. Gli effetti dei disagi economici, inoltre, sembrano durare a lungo, determinando gravi problemi socioeconomici e il rischio di sviluppare disturbi psicologici, rabbia e l’ansia anche diversi mesi dopo la quarantena.

  • Stigma

Lo stigma rappresenta una conseguenza importante che può durare anche per diverso tempo dopo la quarantena e il contenimento dell’epidemia. In un confronto tra operatori sanitari in quarantena e operatori non in quarantena, i primi mostravano più probabilità di stigmatizzazione e rifiuto da parte delle persone nei loro quartieri locali. Partecipanti a diversi studi ad esempio hanno riferito che venivano trattati in modo diverso: evitandoli, ritirando gli inviti sociali, trattandoli con paura e sospetto e facendo commenti critici.

 

 

Quali sono le misure che possono ridurre i rischi di un impatto negativo sulle persone durante e post quarantena?

Secondo gli autori dell’articolo le misure per mitigare l’impatto della quarantena sono:

  1. Riduzione del tempo della quarantena

Limitare la durata della quarantena per un periodo scientificamente ragionevole può minimizzare l’effetto negativo sulle persone. Per le persone già in quarantena, un’estensione di quest’ultima ad esempio, rischierebbe di esacerbare frustrazione o demoralizzazione.

  1. Informazioni chiare

Le persone in quarantena spesso possono temere di essere infettate o di infettare gli altri, inoltre, possono fare valutazioni catastrofiche di eventuali sintomi fisici riscontrati. Questa paura è un evento comune per le persone esposte a una preoccupante malattia infettiva e potrebbe essere esacerbata da informazioni inadeguate. Garantire che le persone abbiano una buona comprensione della malattia e le ragioni della quarantena dovrebbero essere una priorità.

  1. Garanzia di servizi e forniture

Le famiglie in quarantena dovrebbero disporre rapidamente di risorse sufficienti per i loro bisogni primari. Il coordinamento per la fornitura delle risorse dovrebbe idealmente avvenire in anticipo, con piani di conservazione e riallocazione stabiliti per garantire che queste ultime non si esauriscano.

  1. Interventi per ridurre la noia e migliorare la comunicazione

La noia e l’isolamento possono causare angoscia. Le persone in quarantena dovrebbero essere informate su cosa possono fare per evitare la noia e ricevere consigli pratici sulle tecniche di gestione dello stress e di coping; essere supportate nell’attivazione del social network per ridurre l’ansia e prevenire lo sviluppo di un’angoscia a lungo termine; messe nella condizione di comunicare con la propria famiglia e gli amici; avere accesso a un servizio online gestito da operatori sanitari in grado di fornire istruzioni su cosa fare in caso di sviluppo di sintomi e di  rassicurare le persone che saranno curate se si ammalano.  

  1. Attenzione agli operatori sanitari

Gli operatori sanitari sono spesso messi in quarantena e ciò può influenzare negativamente gli atteggiamenti stigmatizzanti degli altri. È anche possibile che gli operatori sanitari possano essere preoccupati di causare una carenza di personale nei luoghi di lavoro e di fare lavoro extra per i loro colleghi. Inoltre, essere separati dalla propria squadra di lavoro potrebbe sviluppare un senso di isolamento. Durante le epidemie di malattie infettive è stato scoperto che il supporto organizzativo è protettivo della salute mentale per il personale sanitario.

  1. Incoraggiamento all’altruismo

Sensibilizzare all’autoisolamento come azione volta ad aiutare a proteggere gli altri, compresi quelli particolarmente vulnerabili, può rendere la quarantena un atto più facile da sopportare, soprattutto se viene garantita la sicurezza e valorizzata la responsabilità di chi sceglie tale misura per beneficio degli altri.

 

 

Cosa suggeriamo noi dell’Italian Center for Single Session Therapy agli psicologi?

Tra pochi giorni le persone riprenderanno lentamente la loro routine e le loro attività. Fin da ora sappiamo che questo passaggio sarà molto delicato e stressante. Le persone si confronteranno con paure, traumi, lutti, perdite e una nuova e pesante gestione familiare. Adulti e bambini si troveranno ad affrontare una grande sfida quotidiana.

 

 

In che modo lo psicologo può rispondere alle nuove richieste?

Essere pronti ad affrontare la Fase 2 comporterà anche per lo psicologo una grande sfida. Occorrerà saper rispondere rapidamente alle richieste delle persone, sapendo inoltre alle difficoltà economiche a cui andranno incontro.

 

 

In questo clima quindi cosa può fare lo psicologo se non si è già preparato?

Due al momento sono i suggerimenti principali:

  1. Formazione: questo potrebbe essere il momento giusto per pensare a una formazione al fine di dotarsi degli strumenti necessari a rispondere alle diverse delle persone. Da un lato, sarà importante specializzarsi sui temi che verranno affrontati (stress post traumatico, lutto, ansia, depressione, perdita lavoro), mentre dall’altro sarà utile conoscere nuovi metodi e tecniche per fare terapia, tra cui quelli brevi come la Terapia a Seduta Singola, utili ed efficaci per fronteggiare situazioni che richiedono risposte rapide e a costi accessibili (clicca qui).
  2. Rimodulazione del proprio modo di fare terapia: in questa fase abbiamo capito che lo psicologo non potrà più esimersi dall’utilizzo della tecnologia (clicca qui). Alcuni psicologi la utilizzavano già in precedenza, altri si sono cimentati per l’occasione, ma uno degli aspetti fondamentali che abbiamo appreso da questa esperienza è che tutti gli strumenti per la comunicazione a distanza saranno necessari per diverso tempo ancora. Pertanto lo psicologo dovrà inserirli nel proprio bagaglio e renderli parte integrante della propria pratica professionale.

 

Conclusioni

La recensione sopra citata suggerisce che l’impatto psicologico della quarantena è ampio e può durare a lungo. Ciò non significa che la quarantena non debba essere utilizzata. Gli effetti psicologici di una diffusione incontrastata della malattia potrebbero essere peggiori. Tuttavia, privare le persone della libertà per il bene pubblico è spesso un tema controverso e deve essere gestito con attenzione. Se la quarantena è indispensabile, i risultati delle ricerche suggeriscono la necessità di prendere ogni misura per garantire che questa esperienza sia il più tollerabile possibile per le persone. Voi psicologi vi state preparando alla Fase 2?

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

Bibliografia

Brooks, S.K., Webster R.K, Louise E Smith, L.E., Woodland, L., Wessely, S., Greenberg, N., Rubin, G. J. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, Rapid Review from https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30460-8/fulltext

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola: Principi e pratiche. Firenze: Giunti Editore.