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“Terapia a Seduta Singola. Un’introduzione a principi e pratiche“

Come ottenere il massimo da ogni singolo incontro

Approfondiamo insieme alcuni aspetti

Testimonianze

Leggi nella sezione del Workshop TSS tutte le testimonianze lasciate da chi si è formato con noi.

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Ho iniziato già dal giorno seguente a mettere in pratica alcuni dei punti focali della TSS nel corso di sedute “tradizionali” già avviate da tempo e devo dire che ho percepito un miglioramento della mia esperienza soggettiva per quanto riguarda: -la focalizzazione dell’obiettivo del paziente all’interno della specifica sessione -la restituzione più puntuale degli aspetti di risorsa e impegno nel lavoro terapeutico (cosa che, mi sono accorta, accresce il senso di alleanza…) -e, più di tutto, un risultato migliore, in termini di efficacia, di un feedback sistematico nel corso della seduta!!! Tutto questo per dire che sono veramente molto soddisfatta dell’acquisizione di questo nuovo assetto metodologico e che sono molto felice di continuare a condividere con voi nuovi sviluppi della TSS ed esperienze personali !

Monica Leva - Psicologa, psicoterapeuta sistemico-relazionale

Ultimi aggiornamenti sulla Terapia a Seduta Singola

I fondamenti della Terapia a Seduta Singola: una storia di rischio e sicurezza

Con l’articolo di oggi parleremo dei fondamenti della Terapia a Seduta Singola, ma lo faremo a partire dalla descrizione di un caso clinico in cui è stata applicata la TSS all’interno di un servizio Walk-in dell’Eastside Family Centre situato a Calgary (Canada).

Qualche settimana (clicca qui) fa avevamo già affrontato il tema della Sessione Singola/Walk-in e di come tale metodo d’intervento venga utilizzato in maniera efficace all’interno di tali servizi di salute mentale (Slive, McElheran, Lawson, 2008).  

Oggi, invece, ci soffermeremo sui fondamenti che la caratterizzano e ne guidano la pratica.

 

 

La storia di Jane e di sua figlia Lisa

Jane e sua figlia Lisa si rivolsero al Centro due giorni dopo che la ragazza aveva preso una dose eccessiva di farmaci. Il pronto soccorso dell’ospedale le aveva inviate all’Eastside per assicurarsi che Lisa potesse essere aiutata e che fosse avviato un programma di sicurezza. Mentre si stava svolgendo la sessione di terapia, fu subito evidente che c’erano diversi problemi in famiglia: Jane era una madre single con sette figli. La donna lavorava la sera e non poteva essere sempre disponibile per i suoi figli quando ne avevano bisogno.

Lisa di 13 anni aveva avuto una relazione con un uomo più grande di lei, di cui era rimasta incinta e aveva abortito all’insaputa di sua madre. Lisa raccontò che i suoi compagni di scuola dopo aver scoperto dell’aborto avevano fatto commenti crudeli su Internet. Inoltre, disse di aver avuto per diversi anni dei pensieri ricorrenti che ora erano tornati, compromettendo la sua capacità di concentrazione. Per gestire le sue giornate Lisa aveva cominciato a tagliarsi con l’intento di recuperare l’autocontrollo.

La terapeuta iniziò la sessione chiedendo a Lisa se poteva riferire come mai lei e sua madre quel giorno avevano deciso di rivolgersi al centro di consulenza walk-in piuttosto che andare a scuola. Lisa iniziò dicendo che sua madre era preoccupata perché lei si stava tagliando. Quando le fu chiesto se poteva parlare dei tagli, Lisa iniziò a raccontare dell’aborto, dei problemi che stava vivendo con i suoi coetanei e della sua percezione di non essere abbastanza interessante per gli altri dato che mostravano scarso interesse per i suoi problemi.

A quel punto la madre intervenne con sgomento. La donna dichiarò che per quanto cercasse di dire a Lisa quanto fosse preoccupata e di quanto desiderasse solo il meglio per lei, Lisa non sembrava crederci. Quando la terapeuta chiese a Jane come avrebbe potuto comunicare a Lisa cosa provava, Jane disse che probabilmente non avrebbe potuto farlo dato che in quei giorni non sarebbe stata molto tempo a casa.

La decisione di recarsi al Centro per una sessione walk-in quindi era stata dettata dalla paura che la madre aveva che Lisa potesse suicidarsi, soprattutto se non avesse trovato qualcuno con cui parlare immediatamente. Secondo Jane, lei e Lisa avevano visto molti professionisti negli ultimi giorni, nessuno dei quali però era sembrato interessato alla loro storia, né al problema di Lisa.

Dopo la consultazione con il team, la terapeuta si complimentò con la madre per aver preso sul serio il tentativo di suicidio della figlia ed essere stata determinata a chiedere una consulenza. La terapeuta indicò la necessità di una consultazione psichiatrica data la presenza dei pensieri ricorrenti descritti da Lisa e dei recenti comportamenti autolesionistici. Sapendo che la principale preoccupazione di Jane era la sicurezza di sua figlia, il team e la famiglia collaborarono alla predisposizione di un piano di sicurezza per Lisa. Il piano prevedeva che la madre potesse parlare con qualcuno telefonicamente nei momenti di crisi e che potesse chiamare il pronto soccorso dell’ospedale se si fossero verificati comportamenti di autolesionismo o suicidio. Il team chiese a Lisa di prendere in considerazione l’utilizzo di un “touchstone” che poteva tenere in tasca e toccare quando si sentiva turbata e incapace di concentrarsi. A quel punto avrebbe potuto chiamare uno dei numeri telefonici per gestire le crisi e esplorare i suoi sentimenti attuali. Jane e Lisa furono esortate a tornare al Centro qualora una delle strategie utilizzate non fosse riuscita a soddisfare i loro bisogni in modo tempestivo.

La settimana dopo tornarono per un’altra sessione walk-in, affermando che avevano bisogno di un confronto ulteriore. Alla domanda su cosa fosse avvenuto di nuovo dall’ultima volta in cui si erano recate all’Eastside, Lisa affermò che i suoi pensieri e i suoi comportamenti autolesionistici si erano notevolmente ridotti. Jane dichiarò invece che la sua ansia per Lisa era notevolmente aumentata. Quando le fu chiesto cosa stesse scatenando l’aumento dell’ansia, dichiarò di essere stata ascoltata da terapeuti che l’avevano presa sul serio. Questa fu vista come un’affermazione molto positiva dato che inizialmente la squadra era rimasta impressionata in quanto aveva considerato Jane come una madre “svalutante”. Adesso invece sembrava essere una madre sopraffatta dalla responsabilità e dalla paura. Jane inoltre apprezzò il fatto che Lisa fosse stata ascoltata, dato che fino a quel momento la ragazza si era sentita non accolta.

Dopo la consultazione del team, la terapeuta elogiò il lavoro svolto da madre e figlia, approvando la preoccupazione di Jane e mettendo in evidenza il lavoro che entrambe dovevano fare per migliorare la loro relazione. Durante la seconda sessione, il team concluse che la famiglia era passata dalla condizione di “visitatore” a quella di “cliente che vuole cambiare” (de Shazer, 1985; Slive, McElheran e Lawson, 2001), dato il significativo cambiamento di Lisa ottenuto con l’eliminazione dei comportamenti a rischio e la consapevolezza di sua madre del divario nella loro relazione. Su richiesta della famiglia il percorso continuò, ma tale opportunità fu resa più facile grazie al breve servizio di consulenza offerto dove le due donne si erano sentite al sicuro, ascoltate e rispettate.

 

Questo esempio illustra molti aspetti della terapia walk-in dell’Eastside Family Centre e di seguito vedremo quali sono i fondamenti del modello di questo servizio.

 

 

I fondamenti del modello di TSS/WI:

  • L’intervento dura solo un’ora

Il terapeuta ha poco tempo per costruire l’alleanza terapeutica, pertanto sono escluse le esplorazioni del passato. I terapeuti che, ad esempio, iniziano le loro sessioni con una indagine multigenerazionale attraverso il genogramma potrebbero, per ragioni di tempo, ripensare al loro solito approccio. Con i clienti che presentano più problemi, invece, la sfida può essere più alta in quanto i terapeuti hanno bisogno di affinare le loro competenze per negoziare un focus raggiungibile in un’ora. Le domande che un terapeuta sceglie di porre devono essere attentamente considerate attraverso una lente che tiene conto del tempo. Una domanda “innocente” potrebbe portare a 20 minuti di conversazione che non sono utili per aiutare i clienti a scegliere cosa vogliono ottenere dalla sessione.

 

  • Restringere il database

Fisch (1994) sostiene che più stretto è il database della conversazione terapeutica, più breve è la terapia. I terapeuti che conducono sessioni di terapia walk-in gestiscono il colloquio in modo da ridurre i tempi di conversazione. Per ottenere ciò si concentrano sul problema come si presenta nel presente, guidando la discussione sui dati attuali (piuttosto che passati) con particolare interesse per i dati descrittivi (anziché esplicativi). Per esempio, il terapeuta è interessato a chi, cosa, quando, come e con chi si sviluppa quel comportamento e non sulla “causa sottostante” o la funzione del problema. Stabilire obiettivi specifici descritti in termini comportamentali consente al terapeuta e al cliente di focalizzare e strutturare la sessione in modo efficiente.

 

 

  • È una terapia completa

La seguente dichiarazione di Ray & Keeney (1993): “tutte le sessioni mirano ad essere un’intera terapia”, sebbene non si riferisca in modo specifico alla TSS o alla terapia Walk-in, cattura l’essenza di come può essere concepita una sessione walk-in.

Tale pensiero aiuta a cercare un focus della terapia. Se i clienti dovessero tornare per una sessione successiva, quella sessione verrà considerata come un nuovo caso.

 

 

  • Fattori comuni

I fattori comuni che influiscono sul cambiamento terapeutico nelle sessioni di TSS/Walk-in includono l’utilizzo delle risorse del cliente e del suo sistema collegate alla motivazione del cliente, alla speranza del miglioramento e alla continua ricerca dei feedback da parte del cliente in merito all’adattamento tra le procedure utilizzate dal terapeuta (il modello) e le sue idee su cosa funzionerà.

 

 

  • Le influenze terapeutiche sono mitigate dal pragmatismo

Coerentemente con quanto espresso dal pensiero postmoderno, per un terapeuta breve nessun modello è considerato più corretto di un altro. L’interesse primario si rivolge a ciò che è più utile per quel cliente in quel momento. Questa è essenzialmente una prospettiva pragmatica (Amundson, 1996).

 

 

  • La sessione è una consultazione

È preferibile pensare alla TSS/Walk-in come a un processo di consultazione in cui il terapeuta offre delle idee (molte delle quali provengono direttamente dal cliente), mentre il cliente decide se accettarle, respingerle o metterle in attesa. La consultazione aiuta i terapeuti a non assumersi la responsabilità del cambiamento al posto del cliente, ma a creare il contesto che consenta alla persona di scoprire le sue risorse e indicare in che modo il terapeuta potrà essere una guida per lui.

 

 

Conclusioni

Il caso riportato ci ha illustrato come nella Terapia a Seduta Singola/Walk-in sia necessario stabilire un focus sui bisogni dei clienti e affrontare i problemi con interventi adeguati. Questi ultimi iniziano sempre con dei feedback positivi volti a valorizzare le risorse delle persone, a utilizzare le loro idee, a esortarli a compiere piccoli passi e a concentrarsi sul futuro immediato.

  

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

 

Bibliografia

Amundson, J. (1996). Why pragmatics is probably enough for now. Family Process, 35, 473–486.

de Shazer, S. (1985). Keys to solution in brief therapy. New York: Norton.

Fisch, R. (1994). Basic elements in the brief therapies. In M. F. Hoyt (Ed.), Constructive therapies 1. New York: Guilford.

Ray, W., & Keeney, B. (1993). Resource focused therapy. London: Karnac.

Slive, A., McElheran, N. & Lawson A. (2008). How Brief Does it get? Walk-in Single Session Therapy, Journal of Systemic Therapies, pp. 5–22.

 

Terapia a Seduta Singola e l’integrazione dell’Emotion Focused Therapy

La Terapia a Seduta Singola (TSS) come abbiamo già affrontato in altri articoli (clicca qui), è una pratica terapeutica che consente di integrare al suo interno altri approcci terapeutici e con l’articolo di oggi illustreremo come tale opportunità possa essere estesa anche all’approccio a lungo termine Emotion Focused Therapy (EFT).  

Sebbene non ci siano molte ricerche al riguardo, la psicologa Kristin M. Matthews (2018) nell’articolo “The Integration of Emotion-Focused Therapy Within Single-Session Therapy”, offre uno studio in cui dimostra come l’EFT possieda degli elementi utili per lo svolgimento della singola sessione. Lo studio fornisce, inoltre, delle indicazioni pratiche sull’utilizzo del modello in terapia e su come alcuni elementi possano portare, ad esempio, allo sviluppo di una forte alleanza terapeutica.

 

 

Su quali presupposti si basa l’integrazione del metodo della Terapia a Seduta Singola con gli altri approcci terapeutici?

La maggior parte della letteratura suggerisce che la TSS è un metodo terapeutico che consente l’integrazione di diversi modelli terapeutici, utili a rispondere alle diverse richieste dei clienti in una singola sessione (Paul & van Ommeren, 2013; Slive & Bobele, 2011). I modelli terapeutici integrati con la TSS su cui si trovano più studi in letteratura sono gli approcci terapeutici brevi come la Terapia Centrata Sulla Soluzione (TBCS) (clicca qui), la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) e la Terapia Strategica Familiare (TSF) (Iveson, George & Ratner, 2014; Ollendick & Davis, 2013; O’Neill, 2012). I modelli appena citati prevedono al loro interno la presenza di alcuni elementi comuni alla TSS che ne facilitano l’integrazione (Slive & Bobele, 2012).

 

 

Quali sono questi elementi?

Gli elementi comuni secondo Slive & Bobele (2012) sono:

  • la definizione di un obiettivo di lavoro specifico
  • un focus sui punti di forza del cliente e sulle soluzioni dei problemi
  • la convinzione che il cambiamento avvenga sempre
  • il presupposto che i clienti non richiedono molte sessioni perché si verifichino i cambiamenti

 

 

Cosa accade quando si vuole integrare la Terapia a Seduta Singola con alcuni modelli ti terapia a lungo termine?  

Dal momento che la TSS si verifica in una singola sessione, può essere difficile, se non impossibile, garantire che ogni elemento di quel modello di terapia, sia esso a breve o a lungo termine, venga integrato nella sessione. Pertanto i diversi modelli subiscono delle ristrutturazioni rispetto ai loro processi di cambiamento (McGuinty et al., 2016).

 

 

Cosa prevedono le ristrutturazioni?

Le ristrutturazioni prevedono l’eliminazione di alcuni elementi terapeutici, conservandone altri più utili alla singola sessione. Ad esempio negli interventi di TBCS e di TCC sono previsti come elementi fondamentali per il cambiamento, la prescrizione di compiti a casa e i successivi check-in di avanzamento (Trepper et al., 2013). Quando questi due modelli vengono integrati con la TSS, i consulenti non hanno più la possibilità di utilizzarli per verificare i progressi del cliente, pertanto dovranno adattarsi ai principi della TSS, utilizzando altre tecniche più adatte ad ottenere un rapido cambiamento (McGuinty et al., 2016).  

 

 

A quali considerazioni porta tutto ciò?

In linea con questo pensiero, i sostenitori della TSS suggeriscono che il cambiamento terapeutico sia attribuito a diversi fattori comuni (Slive & Bobele, 2012). Questi fattori includono: una forte alleanza terapeutica, le risorse interne ed esterne dei clienti e una struttura terapeutica indipendente dal modello terapeutico utilizzato (Duncan et al., 2010).

Duncan et al. (2010) hanno anche affermato che il successo della terapia non è dovuto alle caratteristiche uniche di un modello terapeutico, piuttosto agli aspetti comuni che consentono ai fattori di arrivare a un esito positivo. Di conseguenza, i consulenti che praticano la TSS dovrebbero utilizzare gli approcci terapeutici che si adattano meglio ai clienti e alla loro idea di cambiamento (Duncan et al., 2010).

 

 

Ci sono altri elementi che risultano fondamentali per ottenere un rapido cambiamento terapeutico?

Le ricerche sui processi di elaborazione emotiva come la consapevolezza, l’espressione, la regolazione e la trasformazione delle emozioni sono utili al cambiamento del cliente (Auszra et al., 2013; Dalgleish et al., 2015). Alcune ricerche, ad esempio, hanno dimostrato come l’elaborazione emotiva porti alla riduzione dei sintomi della depressione (Auszra et al., 2013; Kramer et al., 2015).

Infine Kramer et al. (2015) attraverso il loro studio hanno dimostrato come l’integrazione dei processi emotivi nella TSS favorisca lo sviluppo di una forte alleanza terapeutica. A partire da tali dati i l’Emotion Focused Therapy (EFT) potrebbe rappresentare un altro valido modello da integrare alla TSS.

 

 

Che cos’è l’Emotion Focused Therapy?

L’Emotion Focused Therapy (EFT) è un modello di terapia che enfatizza l’importanza delle emozioni e dell’elaborazione emotiva per cambiare i modelli di interazioni disfunzionali con gli altri (McGuinty et al., 2016). L’EFT utilizza una struttura integrativa fondata sulla teoria dell’attaccamento, sulla teoria dei sistemi familiari e sulla terapia esperienziale (Wiebe & Johnson, 2016) che prevede l’espressione delle emozioni in un ambiente sicuro e caratterizzato da una forte alleanza terapeutica (Greenberg, 2014).

 

 

Come funziona l’Emotion Focused Therapy?

L’ EFT prevede lo svolgimento di un lavoro in nove fasi che includono tre momenti di elaborazione emotiva (McGuinty et al., 2016):

  • nella prima fase i clienti lavorano per identificare gli schemi disfunzionali che incidono sui loro attaccamenti relazionali, accedendo alle loro emozioni e stabilendo una forte alleanza di lavoro con il consulente;
  • nella seconda fase il consulente aiuta i clienti ad esprimere i bisogni, i desideri e le emozioni connesse;
  • nella terza fase i clienti sviluppano nuove soluzioni per risolvere le relazioni problematiche e stabilire nuovi modelli di interazione emotivi (McGuinty et al., 2016).

 

 

Come si può integrare la TSS con l’EFT?

Di seguito sono elencati gli elementi dell’EFT che ne permetterebbero un’efficace integrazione con la TSS:

  • l’EFT come nella TSS è prevista la co-costruzione della definizione del problema, l’esplorazione delle credenze sul problema per sviluppare piccoli obiettivi di lavoro e l’attenzione al cambiamento (Campbell, 2012; McGuinty et al., 2016).

 

  • L’EFT considera la relazione terapeutica come un fattore predittivo dell’elaborazione emotiva e per la regolamentazione degli affetti (Greenberg, 2014).

 

  • Nella fase iniziale dell’EFT i consulenti raccolgono la storia delle relazioni di attaccamento per valutare il trauma (Goldman, Watson & Greenberg, 2011). A causa dei vincoli temporali della TSS, potrebbe non essere possibile raccogliere una storia completa delle relazioni passate, ma un breve racconto legato al problema presentato (Campbell, 2012). Durante questo passaggio, i consulenti potrebbero incoraggiare i clienti ad accedere alle loro emozioni, usando la riflessione empatica o la stimolazione delle risposte evocative (Goldman et al., 2011).

 

  • In alcuni casi i consulenti di TSS possono operare con clienti che non sono in grado di identificare emozioni specifiche. La tecnica di potenziamento ed espansione dell’EFT può aiutare il cliente a identificare e accettare quelle emozioni (Taylor & Lewis, 2018). Questa tecnica incoraggia la persona a provare i sentimenti spiacevoli, esplorando le reazioni fisiologiche e cognitive che emergono (Taylor & Lewis, 2018). Durante la sua applicazione è importante che il consulente si occupi delle espressioni non verbali del cliente, come il tono della voce e il linguaggio del corpo (Goldman, 2017).

 

  • L’enactment è un’altra tecnica EFT che potrebbe essere adatta alla TSS (Muntigl, Chubak & Angus, 2017). La tecnica prevede l’utilizzo di due sedie, il consulente invita il cliente a sedersi su una sedia e a immaginare il proprio sé critico seduto sull’altra sedia vuota (Taylor & Lewis, 2018). In quel determinato momento il consulente faciliterà la discussione tra il cliente e il sé critico, incoraggiando il cliente a rispondere a se stesso con empatia e comprensione. Successivamente il cliente, cambiando posto risponderà a se stesso come all’altro significativo. La tecnica della sedia vuota viene utilizzata, ad esempio, quando il cliente vive delle persistenti emozioni negative verso una persona significativa con cui non può esprimersi (Taylor & Lewis, 2018).

 

Conclusioni

La Terapia a Seduta Singola (TSS) come sostenuto da molti studiosi è una pratica terapeutica che consente di integrare al suo interno altri approcci terapeutici. Mentre l’applicazione della TSS con alcuni modelli di terapia breve è stata ampiamente studiata, nell’articolo di oggi invece si è voluto approfondire il suo utilizzo con il modello Emotion Focused Therapy (EFT), rispetto al quale sono stati presi in esame alcuni elementi chiave comuni alla TSS come: la co-costruzione del problema, l’esplorazione delle convinzioni sul problema al fine di sviluppare piccoli obiettivi di lavoro e il focus sulla modifica del problema (Campbell, 2012; McGuinty et al., 2016). Inoltre, sono state messe in evidenza alcune tecniche dell’EFT che ben si adattano allo svolgimento di una singola consulenza come: la riflessione empatica, la risposta evocativa, il potenziamento e l’espansione e l’enactment.

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

Bibliografia

Auszra, L., Greenberg, L. S., & Herrmann, I. (2013). Client emotional productivity: Optimal client in-session emotional processing in experiential therapy. Psychotherapy Research, 23(6), 732–746.

Campbell, A. (2012). Single-session approaches to therapy: Time to review. Australian & New Zealand Journal of Family Therapy, 33(1), 15–26.

Dalgleish, T. L., Johnson, S. M., Burgess Moser, M., Lafontaine, M.-F., Wiebe, S. A., & Tasca, G. A. (2015). Predicting change in marital satisfaction throughout emotionally focused couple therapy. Journal of Marital and Family Therapy, 41(3), 276–291.

Duncan, B., Miller, S., Wampold, B., & Hubble, M. (Eds.). (2010). The heart and soul of change: Delivering what works in therapy. Washington, DC: American Psychological Association.

Goldman, R. N. (2017). Case formulation in emotion-focused therapy. Person-centered and experiential psychotherapies, 16(2), 88–105.

Goldman, R. N., & Greenberg, L. S. (2015). Historical, epistemological, and philosophical underpinnings of case formulation in emotion-focused therapy. In Case formulation in emotion-focused therapy: Co-creating clinical maps for change (pp. 43–57). Washington, DC: American Psychological Association.

Goldman, R. N., Watson, J. C., & Greenberg, L. S. (2011). Contrasting two clients inemotion-focused therapy for depression 2: The case of “Eloise,” “It’s like opening the windows and letting the fresh air come in.” Pragmatic Case Studies in Psychotherapy,7(2), 305–338.

Iveson, C., George, E., & Ratner, H. (2014). Love is all around: A single session solution focused therapy. In M. F. Hoyt & M. Talmon (Eds.), Capturing the moment: Single session therapy and walk-in services (pp. 325–348). Bethel, CT: Crown House. Emotion-Focused Therapy Within Single Sessions 27.

Johnson, S. M., & Wittenborn, A. K. (2012). New research findings on emotionally focused therapy: Introduction to special section. Journal of Marital & Family Therapy, 38(S1), 18–22.

Kramer, U., Pascual-Leone, A., Despland, J., & de Roten, Y. (2015). One minute of grief: Emotional processing in short-term dynamic psychotherapy for adjustment disorder. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 83(1), 187–198

McGuinty, E., Nelson, J., Carlson, A., Crowther, E., Bednar, D., & Foroughe, M. (2016). Redefining outcome measurement: A model for brief psychotherapy. Clinical Psychology & Psychotherapy, 23(3), 260–271. 

Ollendick, T. H., & Davis, T. I. (2013). One-session treatment for specific phobias: A review of Öst’s single-session exposure with children and adolescents. Cognitive Behaviour Therapy, 42(4), 275–283.

O’Neill, I. (2017). What’s in a name? Clients’ experiences of single-session therapy. Journal of Family Therapy, 39(1), 63–79.

Paul, K. E., & van Ommeren, M. (2013). A primer on single-session therapy and its potential application in humanitarian situations. Intervention, 11(1), 8–23. 

Slive, A., & Bobele, M. (2011). When one hour is all you have: Effective therapy for walk-in clients. Pheonix, AZ: Zeig, Tucker, & Theisen.

Slive, A., & Bobele, M. (2012). Walk-in counselling services: Making the most of one hour. Australian & New Zealand Journal of Family Therapy, 33(1), 27–38.

Taylor, J. Z., & Lewis, C. L. (2018). Counseling adults with food allergies after an anaphylactic reaction: An application of emotion-focused therapy. Journal of Mental Health Counseling, 40(1), 14–25. 

Trepper, T., McCollum, E., De Jong, P., Korman, H., Ginerich, W., & Franklin, C. (2013). Solution focused therapy treatment manual for working with individuals (2nd version).

Wiebe, S. A., & Johnson, S. M. (2016). A review of the research in emotionally focused therapy for couples. Family Process, 55(3), 390–407.

L’alleanza terapeutica nella Terapia a Seduta Singola

Uno dei temi più dibattuti quando si parla di Terapie Brevi è senz’altro quello dell’alleanza terapeutica, quando il dibattito poi si concentra sul modo in cui questo fattore influisce nella Terapia a Seduta Singola, il confronto assume toni ancor più accesi.

Con l’articolo di oggi ci concentreremo su uno studio realizzato da Chrystal T. Fullen (2019) che descrive proprio il processo di co-costruzione dell’alleanza terapeutica nell’ambito della TSS a partire dall’analisi di alcune conversazioni terapeutiche.

 

 

Che cos’è nello specifico l’alleanza terapeutica?

L’alleanza terapeutica è uno dei fattori terapeutici più studiati nel campo della psicologia (Gelso, 2014). Nonostante i ricercatori e i professionisti non concordino sulla sua definizione, l’importanza che ricopre nel processo terapeutico invece è universalmente riconosciuta (Bordin, 1979). Spesso le parole alleanza e relazione vengono usate in modo intercambiabile per descrivere la connessione che si sviluppa tra il terapeuta e il cliente durante la terapia. Tuttavia Chrystal T. Fullen (2019) nella ricerca citata in questo articolo ha scelto di usare la parola alleanza per mettere in risalto l’ipotesi ampiamente diffusa che la forza dell’alleanza terapeutica è correlata ai risultati positivi della terapia (Arnow et al., 2013).

 

 

Perché l’alleanza terapeutica suscita tanto interesse?

Storicamente in psicologia la ricerca sui fattori terapeutici ha occupato un ruolo importante. I ricercatori hanno mostrato un costante interesse per i meccanismi che influiscono sul cambiamento in psicoterapia (Liebert & Dunn-Bryant, 2015). Tale attenzione non sorprende se si considera l’esistenza di oltre quattrocento modelli di psicoterapia, molti dei quali in forte competizione tra loro (Behan, 2019).

 

 

Esistono dei fattori di cambiamento comuni a tutte le psicoterapie?

Nel 1936 Rosenzweig postulò che tutti i modelli di psicoterapia sono efficaci e che il successo di tutte le terapie risiede nei punti in comune tra i modelli e non nelle loro differenze. Da allora, i ricercatori hanno continuato a individuare i fattori comuni nel tentativo di creare una teoria universale in grado mettere in evidenza i fattori specifici responsabili del successo della terapia (Frank, 1961; Wampold, 2001).

 

 

A quali conclusioni sono giunti i ricercatori?

La teoria più ampiamente accettata fino ad oggi è la teoria dei fattori comuni formulata da Lambert (1999) che nel 2010 Duncan, Hubble, e Miller (2010) hanno ampliato, mettendo in relazione i fattori che contribuiscono al cambiamento terapeutico con i risultati della terapia. Tale studio ha rilevato che gli esiti positivi di una terapia sono:

  • per il 40% direttamente collegati alle risorse extra-terapeutiche del cliente
  • per il 30% all’alleanza terapeutica
  • per il 15% alla speranza del cliente
  • per il 15% all’approccio teorico del terapeuta (Duncan, Hubble e Miller, 2010).

 Sebbene questa teoria sia ampiamente accettata, alcuni ne contestano la validità (de Felice et al., 2019), identificando altri comuni fattori (Brown, 2015; Drisko, 2014; Frank & Frank, 1993; Horvath & Luborsky, 1993). Indipendentemente da quale teoria venga favorita, tutti concordano però sul fatto che l’alleanza terapeutica sia fondamentale in tutti gli approcci terapeutici (Del Re & Wampold, 2012; Wampold, 2015).

 

 

Quando il tema dell’alleanza terapeutica si inserisce nel dibattito sulla durata della terapia cosa succede?

L’interesse per la durata della psicoterapia è fortemente legato al presupposto che l’alleanza terapeutica tra terapeuta e cliente venga stabilita in più sessioni. La controversia sulla lunghezza della terapia deriva dalla convinzione di alcuni ricercatori e professionisti che per creare una forte alleanza di lavoro e garantire la soddisfazione del cliente, a un terapeuta fosse necessario lo svolgimento di un numero alto di sessioni (Glebova et al., 2011).

 

 

Ma cosa è stato osservato da altri studiosi?

Howard, Kopta, Krause e Orlinksy (1986) hanno pubblicato uno studio che mette in evidenza come il numero di sessioni e gli esiti della psicoterapia sono correlati negativamente. Gli autori hanno suggerito inoltre che il massimo beneficio dalla psicoterapia si verifica nelle prime sei sessioni, mentre con il passare del temo non si verificano significativi miglioramenti. Spesso i clienti mostrano soddisfazione nei confronti di un servizio di psicoterapia indipendentemente dal numero di sessioni frequentate (Littlepage et al., 1976) così come l’alleanza terapeutica insieme ai risultati positivi e alla soddisfazione del cliente non dipendono dalla durata di trattamento (Ardito & Rabellino, 2011; Arnow et al., 2013; Horvath & Symonds, 1991).

 

 

E la ricerca di Fullen?

Fullen ha condotto la sua indagine, utilizzando l’analisi della conversazione (CA), un metodo qualitativo di analisi sviluppato da Harvey Sacks (1995), un importante sociologo, attraverso la quale ha analizzato una singola sessione di terapia. L’uso della CA nella ricerca in psicoterapia è consolidato e costituisce un valido metodo di analisi (Couture & Sutherland, 2006; Muntigl & Horvath, 2016; Sutherland & Strong, 2011).

 

 

Quali sono stati i risultati?

L’analisi ha riguardato lo studio di terapie a seduta singola realizzate con adulti compresi tra i 18 e i 75 anni. Gli estratti delle conversazioni hanno fornito prove chiare a sostengono della co-costruzione di un’alleanza terapeutica durante tutta la sessione. Fullen ha identificato i momenti della trascrizione in cui il terapeuta e il cliente si sono impegnati nella definizione di significato, collaborazione, analizzando le caratteristiche paralinguistiche della conversazione. Successivamente ha associato gli estratti delle trascrizioni con gli aspetti della relazione già definiti in precedenza dalla teoria originale di Bordin (1979) che ha definito l’alleanza terapeutica come un reciproco accordo riguardo agli Obiettivi (Goal) del cambiamento e ai Compiti (Task) necessari per raggiungerli, insieme allo stabilirsi dei Legami (Bond) che mantengono la collaborazione tra i partecipanti al lavoro terapeutico.

Di seguito gli elementi rilevati nelle conversazioni che hanno permesso la co-costruzione dell’alleanza:

  • Spontaneità della relazione
  • Considerazione positiva e incondizionata da parte del terapeuta verso il cliente
  • Empatia
  • Accordo sul raggiungimento di un obiettivo di lavoro
  • Compiti necessari per il raggiungimento dell’obiettivo
  • Relazione professionale tra cliente e terapeuta costruita sulla fiducia creata attraverso la spontaneità e il rispetto incondizionato
  • Soddisfazione del cliente per la terapia

 

 

Conclusioni

Con l’articolo di oggi abbiamo voluto fornire delle prove a sostegno dell’idea che una singola sessione di terapia possa essere sufficiente per creare un’alleanza terapeutica stabile e positiva. La ricerca citata nell’articolo mette in evidenza come la TSS si basi sugli stessi principi di altri approcci terapeutici ovvero, aiutare il cliente a migliorare la qualità della vita attraverso la co-costruzione di un’alleanza terapeutica utile ad amplificare i risultati terapeutici positivi. Con l’aumento dei costi sanitari e delle cure la TSS diventa un’opzione terapeutica conveniente ed efficace. I risultati dello studio supportano, inoltre, tutte quelle ricerche che ritengono che la TSS sia efficace quanto le altre forme di terapia basate sull’evidenza. Questi risultati sfidano anche i ricercatori che suggeriscono che i modelli a lungo termine siano più efficaci semplicemente perché sono più lunghi senza considerare tutta la ricerca a supporto del fatto che la frequenza con cui le persone svolgono una terapia è spesso di una o solo di alcune sessioni e con soddisfazione per i risultati raggiunti.

 

 

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Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

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