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“Terapia a Seduta Singola. Un’introduzione a principi e pratiche“

Come ottenere il massimo da ogni singolo incontro

Approfondiamo insieme alcuni aspetti

Testimonianze

Leggi nella sezione del Workshop TSS tutte le testimonianze lasciate da chi si è formato con noi.

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Ho iniziato già dal giorno seguente a mettere in pratica alcuni dei punti focali della TSS nel corso di sedute “tradizionali” già avviate da tempo e devo dire che ho percepito un miglioramento della mia esperienza soggettiva per quanto riguarda: -la focalizzazione dell’obiettivo del paziente all’interno della specifica sessione -la restituzione più puntuale degli aspetti di risorsa e impegno nel lavoro terapeutico (cosa che, mi sono accorta, accresce il senso di alleanza…) -e, più di tutto, un risultato migliore, in termini di efficacia, di un feedback sistematico nel corso della seduta!!! Tutto questo per dire che sono veramente molto soddisfatta dell’acquisizione di questo nuovo assetto metodologico e che sono molto felice di continuare a condividere con voi nuovi sviluppi della TSS ed esperienze personali !

Monica Leva - Psicologa, psicoterapeuta sistemico-relazionale

Ultimi aggiornamenti sulla Terapia a Seduta Singola

Terapia a Seduta Singola/Walk-in: come trattare un problema di dipendenza in un singolo incontro

Nell’articolo di oggi torniamo a parlare di come il concetto di terapia breve può essere efficacemente adottato al suo estremo logico ovvero la Sessione Singola/Walk-in.

 

Per affrontare il tema faremo riferimento all’esperienza della consulenza singola realizzata nel servizio di comunità dell’Eastside Family Centre di Calgary (Canada). In questo centro di salute mentale i clienti possono accedere al servizio quando ne sentono la necessità senza passare per lunghi processi formali di presa in carico e liste di attesa (Slive, McElheran & Lawson, 2008) .

 

L’obiettivo dell’articolo sarà quello di illustrare le caratteristiche dell’intervento attraverso l’esempio di un caso clinico in cui viene affrontato un problema di dipendenza.

 

 

Come funziona il servizio?

L’Eastside dell’Eastside Family Centre di Calgary si trova in una zona molto diversificata dal punto di vista culturale che comprende molti migranti e molte famiglie con difficoltà economiche.

Il servizio walk-in è il fulcro del Centro e fornisce assistenza primaria e servizi di prevenzione in stretta collaborazione con altre risorse della comunità come i medici di famiglia, le scuole e altri servizi di salute mentale compresi i dipartimenti di emergenza dell’ospedale. L’accesso al servizio con orari molto estesi, non prevede un costo e il tempo medio di attesa è di 20 minuti.

 

 

Com’è composto il team del servizio?

Il team, che risponde a tutti i clienti, è composto da tre a cinque terapisti, uno dei quali è il responsabile clinico, chiamato coordinatore del turno. I membri del team sono una combinazione di terapeuti esperti e studenti appena laureati.

 

 

Come lavora il team?

Ogni sessione dura 50 minuti ed è fondata sull’Approccio di Milano (Boscolo, Cecchin, Hoffman e Penn, 1987) che prevede cinque fasi: la pre-sessione, la sessione, l’intersessione, l’intervento e la post-sessione. La conversazione con il cliente (la sessione) dura circa 30 minuti ed è osservata dal team dietro lo specchio. Il terapista si prende una pausa per consultare il team e sviluppare un intervento (l’intersessione), poi torna dal cliente, svolge l’intervento. Al termine della sessione, il team esegue il debriefing (post-sessione). Prima che i clienti lasciano il Centro, il terapista chiede loro un feedback che include un modulo che misura lo stress post-seduta e domande sulla soddisfazione rispetto alla sessione. Se il feedback è negativo, il cliente viene contattato telefonicamente per un follow-up.

 

 

Ora vediamo come funziona il modello

L’obiettivo della Terapia a Seduta Singola/Walk-in offerta dall’Eastside Family Centre è che il cliente lasci la sessione con un senso di sollievo emotivo e il raggiungimento di un risultato positivo.

I risultati positivi possono variare da cliente a cliente: per un cliente può essere semplicemente quello di essere ascoltato da qualcuno, per un altro, invece, potrebbe corrispondere a un nuovo modo di pensare al problema. Un altro cliente può lasciare la sessione con un compito, come ad esempio un nuovo modo di avvicinarsi al problema che lo preoccupa, oppure può essere inviato a un altro servizio di aiuto.

 

Cosa vuole il cliente?

Un altro obiettivo è quello di scoprire velocemente ciò che il cliente desidera dalla sessione. Per raggiungere questo scopo il terapeuta potrebbe chiedere al cliente:

“Cosa dovrà accadere durante il nostro tempo insieme che le farà credere che sia valsa la pena di venire qui oggi?”

Rispondere a questa domanda è un’opportunità per il cliente di guidare il terapeuta. Il terapeuta così potrà concentrarsi su quel desiderio ed evitare speculazioni nel passato che non riguardano le preoccupazioni attuali del cliente.

 

Sviluppare una comprensione del contesto

Un’altra domanda utile a restringere l’ambito dell’intervento è “Perché adesso?”

La risposta a questa domanda può aiutare il terapeuta a contestualizzare il problema e a collocarlo nelle interazioni attuali. Ogni risposta alla domanda “perché ora” può fornire idee diverse al terapeuta e guidare le domande successive. Altre domande utili a contestualizzare il problema potrebbero essere:

  • In che modo questo è un problema per te adesso?
  • Come mai hai scelto di venire oggi?
  • Chi altri è a conoscenza della tua situazione?

 

Risorse del cliente

È fondamentale aderire all’idea che solo i clienti possono risolvere i loro problemi e che tutti i clienti dispongono di risorse utili per la loro risoluzione. Le risorse del cliente potrebbero includere quelle personali del singolo cliente sia quelle sociali (famiglia, amici, colleghi di lavoro, insegnanti, ecc.). Non è insolito, ad esempio, che una sessione si concentri su come chiedere assistenza a un amico o come invitare un membro della famiglia ad accompagnare il cliente per una futura sessione walk-in. Tuttavia le domande chiave per mettere in risalto tali risorse potrebbero essere le seguenti:

  • Che cosa hai fatto per evitare che il problema si impadronisca completamente della tua vita?
  • In che modo gli altri nella tua vita ti sono stati utili?

 

Tentativo di soluzioni

In linea con il Mental Research Institute (MRI) (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1988) è utile considerare l’idea che a volte “il problema è la soluzione tentata”. In tal senso è utile scoprire ciò che il cliente ha già provato a fare in passato (ciò che ha funzionato, ciò che non ha funzionato o che ha funzionato solo per un breve periodo di tempo) per aiutarlo a riutilizzare ciò che è stato utile per lui, tralasciando ciò che non lo è stato.

 

Conoscere la motivazione del cliente

In linea con de Shazer (1985) è meglio pensare in termini di cooperazione tra cliente eterapeuta. La responsabilità della costruzione di una relazione collaborativa dovrà essere del terapeuta, che per ottenere ciò dovrà sforzarsi di conoscere la motivazione che ha indotto il cliente a partecipare alla sessione walk-in.

 

Pensare in piccolo

Secondo questo approccio il cambiamento è costante e un piccolo cambiamento porta a un grande cambiamento. I terapeuti che pensano in piccolo non commetteranno l’errore di promuovere più cambiamenti di quelli desiderati dal cliente.

 

Terapia focalizzata sulla soluzione

La Solution Focused Therapy (Berg & Dolan, 2001; de Shazer, 1985) ha introdotto delle tecniche di intervista che risultano molto utili nelle sessioni walk-in. Le interviste sono progettate per aiutare i clienti a concentrarsi sulle soluzioni più che sui problemi. Alcune di queste includono le domande sulle eccezioni al problema (periodi in cui il problema non si è manifestato), le domande orientate al futuro (cosa potrebbe fare il cliente quando il problema non controllerà più la sua vita?), quelle che sviluppano obiettivi focalizzati o che ridimensionano il problema (“Se l’intensità del problema attualmente è classificata come 6 su una scala di 10 punti, cosa deve capitare per ridurre il problema a 5? ” oppure “ Nonostante il problema, come riesci a fare ciò che stai realizzando? ”).

 

Teoria del cambiamento del cliente

Secondo Duncan & Miller (2000) tutti gli approcci e le tecniche sono equivalenti rispetto al raggiungimento del risultato, ciò che fa la differenza è il cliente. Quest’ultimo è il vero direttore del processo di cambiamento Nella terapia walk-in è fondamentale invitare i clienti a riferire cosa potrebbe essere più utile per loro. Ciò si può ottenere chiedendo loro cosa vorrebbero dal processo terapeutico, le loro convinzioni sul problema (“teoria del problema”) e le idee su cosa li aiuterebbe a risolverlo (“teoria del cambiamento”). Esempi di domande potrebbero essere:

  • Cosa funzionerà per te oggi?
  • Ci sono domande che desideri che io ti ponga a cui non sono arrivato?
  • Per molte persone è sufficiente una singola sessione con un terapeuta per agire: quale sarebbe il passo più piccolo che ti direbbe che stai andando verso la giusta direzione?

 

Caso clinico: sfidare una relazione con le dipendenze

Una donna di 35 anni, Mary, si recò da sola al servizio di terapia walk-in. La donna in lacrime parlava di come le sue dipendenze dal gioco d’azzardo e dall’alcol le stavano rovinando la vita. Mary spiegò che le sue carte di credito esaurite e non era in grado di pagare l’affitto, che avrebbe dovuto saldare entro tre giorni. Quel giorno andò al servizio walk-in per tenersi lontana dal casinò. Raccontò che la sua storia con il bere era iniziata circa 10 anni prima all’università, dove aveva incontrato un uomo che faceva uso di alcol da molto tempo e con il quale rimase per molto tempo anche dopo aver capito che non era la persona giusta per lei. Mary era riuscita a lasciare l’uomo solo sei mesi prima dell’incontro.

Mentre la donna era convinta sull’interruzione della relazione, lo era di meno rispetto alla sua soluzione per far fronte alla solitudine che ne era derivata: Mary dopo la separazione dall’uomo cominciò ad andare al bar per riprendere una vita sociale, ma presto era diventata dipendente dal gioco d’azzardo. Riferì che si sedeva, beveva birra e giocava alle macchine, usando le sue carte di credito. Ora era sull’orlo di perdere il suo appartamento, il suo lavoro e le sue amiche che le avevano consigliato di cercare aiuto.

Quando la terapeuta chiese a Mary come aveva preso la decisione di venire in consulenza, dato che non l’aveva mai fatto prima, rispose dicendo di aver già parlato con amici e familiari e di aver capito che loro non erano abbastanza obiettivi per esserle d’aiuto. Tendevano a diventare “emotivi”, mostrando rabbia o delusione quando lei raccontava di come fosse “scivolata”. La terapeuta quindi le chiese “perché oggi?” e Mary rispose che quel giorno si era accorta che doveva stare lontana dai tavoli da gioco o si sarebbe persa completamente per le sue dipendenze. Continuò dicendo che si sentiva più disperata che mai.

A Mary fu chiesto se ricordava momenti in cui era stata al comando nella sua vita. La donna raccontò, con voce fiduciosa, una storia di momenti in cui si sentiva completamente responsabile della sua vita e non andava al bar e non giocava d’azzardo. Riferì inoltre che quelli erano i tempi in cui i suoi amici e la sua famiglia dicevano di essere “orgogliosi” dei suoi successi. La terapeuta allora le chiese quando fu l’ultima volta in cui si era sentita così responsabile. A quel punto Mary pianse, affermando che erano passati circa sei mesi da quando aveva avuto quella sensazione e che quello era un altro motivo per il quale aveva deciso di chiedere aito a un consulente piuttosto che alla sua famiglia, poiché riteneva che quest’ultima fosse molto turbata dal fatto che avesse iniziato di nuovo a giocare d’azzardo.

A quel punto a Mary fu chiesto di raccontare come fosse riuscita a gestire le sue dipendenze sei mesi prima. Ancora una volta Mary affermò chiaramente che all’epoca aveva incontrato un altro uomo da cui era attratta e che pensava fosse interessata a lei. In quel momento il team dietro lo specchio unidirezionale, chiese attraverso la terapeuta cosa avrebbe voluto ottenere Mary da quella sessione e lei rispose che era alla ricerca di nuove idee utili a rimettersi in carreggiata senza gioco d’azzardo. Il team continuò a chiedere a Mary cosa le sarebbe piaciuto prendere da quella sessione, ovvero cosa le avrebbe indicato che quel tempo le sarebbe stato utile. Mary affermò con enfasi che riuscire ad astenersi dal gioco quella sera sarebbe stato il modo più utile.

Dopo un colloquio con il team, il terapeuta riformulò a Mary che le dipendenze erano come una nuova relazione con se stessa dopo la rottura con il compagno. Il team, inoltre, chiese a Mary se preferiva continuare una relazione con le sue dipendenze o perseguire una relazione con persone che potevo supportarla nella vita. Le fu chiesto di considerare quale fosse la cosa più importante per lei.

Mary fu incoraggiata a chiamare un amico con il quale poteva andare a casa quella notte e non tornare ai tavoli da gioco. Le fu anche suggerito di scegliere un’ora ogni sera della settimana successiva, quella in cui di solito sarebbe partita per il bar, per passare il tempo a rivedere tutti gli eventi che le avevano causato dolore. La donna pianse per quelle perdite e cercò di immaginare come si sarebbe mossa per poter svolgere quel compito. Le furono dati i numeri di telefono degli Alcolisti Anonimi e del centro ambulatoriale per il trattamento delle. Infine fu invitata a tornare al Centro se ne avesse avuto bisogno.

Mary lasciò il Centro affermando che quella era la prima volta in sei mesi in cui aveva avuto un momento di pace e in cui si era sentita responsabile di se stessa. Decise, inoltre, di andare a casa di una sua amica per la notte e di chiamare un amico dal Centro per incontrarsi in una caffetteria locale come inizio della serata.

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

  

Bibliografia

Berg, I. K., & Dolan, Y. (2001). Tales of solutions: A collection of hope inspiring stories. New York: Norton.

Boscolo, L., Cecchin, G., Hoffman, L., & Penn, P. (1987). Milan systemic family therapy. New York: Basic Books

de Shazer, S. (1985). Keys to solution in brief therapy. New York: Norton.

Duncan, B. L., & Miller, S. D. (2000). The heroic client: Doing client-directed, outcome informed

therapy. San Francisco: Jossey-Bass

Slive, A., McElheran, N. & Lawson A. (2008). How Brief Does it get? Walk-in  Single Session Therapy, Journal of Systemic Therapies, pp. 5–22.

Watzlawick, P., Weakland, J. H., & Fisch, R. (1988). Change: Principles of problem formation and problem resolution. New York: Norton.

White, M. (1986). Negative explanation, restraint and double description: A template for family therapy. Family Process, 25(2), 169–184.

White, M., & Epston, D. (1990). Narrative means to therapeutic ends. New York: Norton.

TSS per la gestione dello stress degli insegnanti

La scuola è sempre stata e continua ad essere al centro di molti dibattiti. La maggior di questi si riferiscono alla sua organizzazione e al suo funzionamento. Altri, invece, anche se in parte minore si concentrano sulla professione dell’insegnante e sui possibili rischi sulla salute a cui questa categoria professionale può andare incontro.

L’insegnamento, infatti, se svolto in contesti disorganizzi e frammentati, dove risulta difficile un lavoro di squadra e il raggiungimento di obiettivi comuni può diventare fonte di grande stress.  

Con l’articolo di oggi descriveremo pertanto un intervento di Terapia a Seduta Singola rivolto a un gruppo di insegnanti in condizioni di disabilità psicofisica di lunga durata della provincia di Alberta (Canada) con l’obiettivo di massimizzare il loro recupero. L’intervento è nato in seguito a uno studio sulla salute di tali insegnanti, per la maggior parte trascurati nel periodo della riabilitazione (Jevne & Zingle, 1990).

 

Cosa è emerso dai dati?

Dalla ricerca è emerso che l’insegnamento era considerato stressante per oltre il 70% dei professionisti intervistati (studio ATA, 1991; Jevne & Zingle, 1990; Ryan, 1992), con un grado che andava da “molto” a “estremamente” stressante (Jevne & Zingle, 1990; Ryan, 1992).

Sulla base delle informazioni raccolte le associazioni degli insegnanti, i distretti scolastici e i professionisti della salute hanno proposto un gran numero di interventi con lo scopo di aiutare gli insegnanti ad affrontare lo stress (Cole & Walker, 1989). Questi ultimi però non hanno fornito risposte adeguate, pertanto i ricercatori hanno proposto di attuare il progetto pilota descritto in questo articolo.  

 

Quali erano gli obiettivi dell’intervento?

Tre sono stati gli obiettivi specifici:

  1. fare la differenza sul piano psicologico, sul benessere emotivo e/o fisico dei partecipanti;
  2. acquisire ulteriore comprensione del processo riabilitativo dei professionisti, vale a dire degli educatori;
  3. sviluppare un modello di intervento breve per l’insegnante con problematiche psicofisiche.

 

 

Come si è articolato l’intervento?

L’intervento rivolto a trentatré insegnanti (uomini e donne) tra i 32 a 62 anni con problemi che variavano dal rischio di suicidio a disturbi debilitanti cronici, ha previsto lo svolgimento delle seguenti fasi:

  1. Invito iniziale a partecipare

L’invito a partecipare è stato indirizzato a un gruppo di insegnanti in trattamento da lungo periodo per una condizione di disabilità. Le novantacinque iniziali richieste dei volontari interessati al progetto furono classificate secondo la gravità delle condizioni di salute (alta priorità e bassa priorità) e la posizione geografica (centrale, circostante o distante).

  1. Screening pre-sessione

Le interviste telefoniche pre-sessione sono state condotte da un intervistatore esperto. Lo scopo di questo contatto iniziale era quello di confermare il grado di necessità, stabilire un rapporto, raccogliere le informazioni e stabilire un protocollo per un’ulteriore partecipazione.

  1. Consultazione diretta

La consultazione con ciascun partecipante ha avuto una durata di un’ora e mezza/due. Il formato scelto era basato su un adattamento della Terapia a Seduta Singola (Talmon, 1990) combinato con l’uso di una squadra di riflessione. Al cliente è stata data la possibilità di incontrare i membri della squadra di riflessione prima dell’inizio della sessione e al termine. Durante la sessione, il team osservava l’incontro da dietro lo specchio unidirezionale. A seguito della consultazione il team forniva dei feedback al partecipante e al terapeuta. L’obiettivo era quello di incoraggiare nuove soluzioni e maggiore responsabilità sulla propria salute.

  1. Lettera di follow-up

Entro un mese dalla consultazione è stata inviata una lettera a ciascun partecipante in cui erano riassunte tutte le questioni discusse nella consultazione e le raccomandazioni per ulteriori interventi. Questa lettera era un altro tentativo di sostenere la persona, ringraziandola per aver partecipato allo studio, sottolineando i punti di forza e gli sforzi fatti fino a quel momento per recuperare.

  1. Valutazione

Circa tre mesi dopo la consultazione è stata inviata una seconda lettera di follow-up per richiedere una valutazione sul progetto.

 

I risultati

In seguito alla realizzazione del progetto è emerso che:

  • la partecipazione a un progetto di ricerca può essere un intervento positivo in sé;
  • il coinvolgimento personale e la partecipazione alla ricerca sembra essere stato un intervento positivo per molti insegnanti. Per molti ha comportato un intenso processo di riflessione sulle prestazioni ricevute per la disabilità; per altri un confronto sulle informazioni diagnostiche, sulle attività di auto-aiuto e su bisogni presenti e futuri;
  • il supporto è un fattore determinante per il recupero. Molti partecipanti hanno riferito che l’intervista è stata una svolta nel loro processo di riabilitazione. Sentirsi sicuri di parlare onestamente e condividere i sentimenti è stato visto come estremamente importante;
  • per gestire efficacemente una vasta gamma di problemi mediante un intervento breve è necessaria la presenza di consulenti qualificati;
  • le nuove visioni sull’esperienza emotiva associata alla condizione di disabilità si è rivelata preziosa;
  • la lettera post-colloquio ha rappresentato un rinforzo importante in particolare gli sforzi e le potenzialità della persona;
  • la terapia a sessione singola è stata sufficiente per il 60% degli insegnanti.

Conclusioni

Da un punto di vista pratico lo studio ha dimostrato che una singola sessione terapeutica con un adeguato follow-up può soddisfare le esigenze del cliente. La valutazione dell’intervento psicologico ha dimostrato che il progetto ha fatto la “differenza”, direttamente e indirettamente, nella vita della maggior parte degli insegnanti coinvolti. L’ascolto rispettoso, l’individuazione dei punti di forza e i suggerimenti mediante il follow-up hanno un grande valore nel potenziare la persona e ripristinare il senso di autonomia, di fiducia e di indipendenza. Infine anche i professionisti coinvolti nella ricerca hanno riacquisito la necessità e il valore della relazione terapeutica (Jevne e Zingle, 1990).

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

 

Bibliografia

Alberta Teachers’ Association/Alberta School Trustees Association (1991), “Teacher stress”, unpublished report.

Cole, M. & Walker, S. (Eds) (1989), Teaching and Stress, Open University Press, Philadelphia, PA.

Cole, M. & Walker, S. (Eds), Teaching and Stress, Open University Press, Philadelphia, PA, pp. 4-25.

Jevne, R. & Zingle, H. (1990), Striving for Health: Living with Broken Dreams, Department of Educational Psychology, University of Alberta, Edmonton.

Ryan, D. (1992), “Teacher empowerment: a needs assessment”, Unpublished doctoral dissertation, Universityof Alberta, Edmonton.

Fase 2 e Terapia a Seduta Singola: Idee e dubbi sull’attivazione d servizi Walk-in/TSS.

La Fase 2 rappresenta, dopo il lockdown, un momento importante e decisivo per la vita professionale dello psicologo. Sulla rete e sui social si assiste a un grande fermento di idee e progetti per superare questa difficile fase di ripresa. Le proposte sono tante, alcune si concentrano sulle strategie di marketing, altre riguardano la formazione di nuovi metodi d’intervento e disturbi da trattare, infine ci sono tutte le informazioni sullo stato dell’arte della nostra professione.

 

 

Cosa vuol dire tutto questo?

La domanda potrebbe apparire retorica, ma in realtà vale la pena soffermarcisi a pensare. Oggi più che mai il mondo della psicologia e della salute mentale dovrà adattarsi a un nuovo modo di offrire i propri servizi. A volte questo passaggio richiede l’acquisizione di nuove competenze, altre volte, invece, necessita semplicemente di un cambiamento nel modo di pensare e fornire i propri servizi, utilizzando gli strumenti e le risorse già a disposizione. Uno di questi modi è quello, ad esempio, di implementare un servizio Walk-in/Terapia a Seduta Singola (WI/ SST).

 

 

Ma come ci si può orientare nel processo decisionale rispetto ai percorsi da intraprendere in un momento come questo?

Con l’articolo di oggi esamineremo alcune delle idee e dei debbi più comuni espressi da coloro che intendono prendere in considerazione l’idea di fornire servizi Walk-in/Terapia a Seduta Singola. A tale proposito ricorreremo a un articolo pubblicato nel 2019 da Arnold Slive e Monte Bobele sul Journal of Systemic Therapies, dal titolo Ideas for Addressing Doubts About.Walk in/Single -Session Therapy in cui attraverso le esperienze concrete dei professionisti delle comunità di salute mentale dell’Ontario in Canada proveremo a sciogliere alcuni nodi.

 

 

Sapete già quali sono i punti cardine dei servizi Walkin/SST

I servizi di terapia Walk-in/Single-Session Therapy  si basano su due idee fondamentali:

  1. facilitare l’accesso ai servizi di salute mentale, eliminando il problema delle liste di attesa e di altre procedure burocratiche;
  2. ottenere il massimo dei risultati attraverso la forma di terapia breve SST.

 

 

Nonostante il successo che tali servizi hanno riscontrato in tutto il mondo, quali sono ancora i dubbi dei professionisti che vogliono implementarli nella loro pratica professionale?

Le argomentazioni hanno spaziato dai dubbi sull’efficacia dell’intervento e sulla possibilità di stabilire un’alleanza terapeutica con un solo incontro di terapia, a questioni di tipo più pratico e organizzativo, tutto con l’obiettivo di superare alcuni fraintendimenti sorti intorno a tali servizi innovativi.

 

 

Vediamo quali sono i quesiti più frequenti!

  • Se le richieste da parte dei clienti aumentano è possibile fronteggiarle tutte?

Nel 1990 quando in Ontario alcuni membri dello staff delle Wood’s Homes (servizi di terapia familiare ambulatoriale) nella comunità di Calgary in Canada, iniziarono a proporre dei servizi di consulenza walk-in (senza appuntamento) per risolvere il problema delle liste di attesa, si resero conto che presto molte persone cominciarono a utilizzarli. A una prima valutazione questo risultato fu valutato positivamente, tuttavia, alcuni si chiedevano se ciò non avesse portato a un aumento eccessivo della richiesta dei servizi.

Se tale preoccupazione in un primo momento metteva in luce un aspetto negativo di questa modalità di fornire i servizi, allo stesso tempo rappresentava un segno che le cliniche stavano sulla strada giusta. Il maggiore accesso ai servizi di salute mentale era il risultato atteso.

Nel corso degli anni non è mai accaduto che un’agenzia di consulenza abbia dovuto smettere di offrire servizi walk-in perché troppo occupata, inoltre, la maggior parte delle cliniche ha trovato modi creativi per adattarsi all’aumento dei clienti: aggiungendo ore di lavoro, aumentando il personale in modo da svolgere più sessioni contemporaneamente, reclutando professionisti della salute mentale per fare volontariato o professionisti della salute mentale in formazione.

 

  • Che cosa succede se un cliente arriva alla clinica, mostrando il rischio di suicidio/autolesionismo o minacce di violenza, abusi domestici o abusi sui minori? Come si possono affrontare in modo responsabile ed etico problemi così gravi in una sola ora?

La risposta a queste domande è semplice. Nella sessione walk-in tali problemi vengono gestiti allo stesso modo che nei servizi su appuntamento che prevedono lo svolgimento di più sessioni. Si valuta il rischio e si cerca di collaborare con il cliente per sviluppare un piano di sicurezza. Se necessario, ci si assicura che la persona vada in un pronto soccorso dell’ospedale per un’ulteriore valutazione oppure vengono contattate le autorità competenti come polizia o servizi di protezione dei minori. Quando è possibile vengono coinvolti i familiari o altre persone di supporto nel processo.

 

  • Come si possono ottenere i dati pre e post sessione?

Quando i clienti arrivano in una clinica walk-in l’addetto alla reception fornisce al cliente un breve modulo da compilare prima della sessione. Solitamente è una pagina che può essere compilata in 5-10 minuti in cui i clienti forniscono i dati anagrafici e rispondono ad alcune domande sul motivo per cui chiedono aiuto. Le domande più rappresentative sono:

  • Qual è la preoccupazione più importante che vorresti affrontare oggi?
  • Esistono alcune informazioni di base che si desidera condividere rispetto al problema?
  • Alcune persone trovano che una sessione possa bastare. Alla fine della tua sessione, cosa ti dirà che hai fatto un passo verso la giusta direzione?

Dopo o durante la sessione il terapeuta completa una nota di sessione. Il modello include la descrizione del problema che il cliente ha affrontato nella sessione, le informazioni di base sulle sue preoccupazioni e il modo in cui sono state affrontate, infine i piani futuri (ad es. nessun piano per sessioni future, invito al ritorno per altre sessioni walk-in, informazioni su altre risorse della comunità).

 

  • Non esistono valutazioni pre-sessione?

Nei servizi walk-in si ritiene che la somministrazione di lunghi questionari o di test psicologici prima della sessione sia poco utile. Gli operatori hanno scoperto che avere le informazioni con il modulo pre-sessione è sufficiente per indirizzare il terapeuta a porre ulteriori domande sulla valutazione del rischio come quelle di seguito:

“Hai qualche preoccupazione che tu (o tuo figlio o chiunque sia con te) sia a rischio per se stesso, per gli altri o per gli animali domestici?”

Quando i clienti rispondono affermativamente alle domande il medico WI/SST valuterà il rischio. Cinquant’anni di ricerca indicano che non ci sono fattori in grado di predire la morte per suicidio (Franklin et al., 2017), né strategie di prevenzione (Zalsman et al., 2017) o di screening che dimostrano la riduzione delle morti per suicidio (Milner et al., 2017).

 

  • Dal momento che in un servizio walk-in non è previsto lo screening dei clienti, c’è rischio di violenza per il personale?

Quando questa preoccupazione è stata espressa da parte del personale clinico poco prima di aprire il centro a Calgary, lo staff si è consultato con la polizia. Dalla loro esperienza, la probabilità di un evento violento era bassa o simile a quella di qualsiasi altra impresa che fornisce servizi alla comunità. I clienti sperimentano meno ostilità rispetto ai servizi tradizionali perché tendono ad essere meno frustrati dai soliti ostacoli burocratici per prendere un appuntamento. Inoltre, la maggior parte di loro arriva in un momento significativo, pertanto sono pronti a lavorare sul problema.

 

  • Se i clienti chiedono qualcosa che la sessione non può offrire?

All’inizio delle sessioni i clienti sono invitati a dire cosa vogliono: “Cosa speri di ottenere oggi?” o “Quando starai andando via e pensando al tempo trascorso insieme nella sessione, cosa ti dirà che è stato un buon uso del tuo tempo?  

Uno dei motivi per cui vengono poste queste domande è che delle volte i clienti potrebbero chiedere qualcosa che non si può offrire, come ad esempio, dei farmaci, una valutazione formale, delle indagini investigative per un sospetto abuso su un bambino o una lettera formale in merito un problema legale come una disputa di custodia o accuse penali. A partire da queste richieste all’inizio della sessione è possibile chiarire ai potenziali clienti che l’intervento non include tali servizi. Tuttavia possono ricevere informazioni di riferimento su dove possono ottenerli.

  

  • Cosa accade se un cliente è contemporaneamente in terapia con un altro professionista?

A volte un cliente arriva a un servizio walk-in mentre è in psicoterapia con un altro professionista. Ciò può accadere quando il cliente è in crisi e il suo terapeuta è in viaggio o in vacanza. Quando i clienti utilizzano un servizio walk-in perché l’attuale terapeuta non è disponibile, si può dire: “Come possiamo utilizzare questa sessione oggi per promuovere il lavoro che fai con l’altro tuo terapista? “

In queste occasioni si offre alla persona l’opportunità di svolgere un colloquio solo per quella occasione. Se il cliente è preoccupato per il progresso della terapia in corso, viene incoraggiato ad affrontare tale preoccupazione con il terapeuta e vengono suggerite le modalità su come sollevare le preoccupazioni nella prossima sessione di terapia.

 

  • Tipologie di clienti come emarginati o appartenenti alle minoranze possono accedere ai servizi wlk-in?

L’opportunità delle consulenze walk-in è un modo per facilitare l’accesso ai servizi anche da parte di persone emarginate o appartenenti a delle minoranze che non sono abituate alla terapia. Un servizio di facile accesso e senza screening è meno intimidatorio rispetto alle forme più tradizionali di erogazione del servizio.

 

  • I clienti possono utilizzare un servizio WI come una terapia continua?

Alcuni clienti possono tornare in un servizio walk-in più volte, il loro ritorno viene trattato come una nuova singola sessione. Questo aspetto è positivo, perché i clienti sviluppano una relazione a lungo termine con il servizio. Tuttavia, alcuni clienti utilizzano il servizio walk-in come se si trattasse di una terapia a lungo termine. Quando ciò accade si collabora con il cliente per trovare la soluzione adatta al suo bisogno.

 

  • Si può condividere la storia dei clienti in una sessione di un’ora?

Quando a un cliente viene chiesto “Cosa vuoi oggi?” o “Cosa speri di ottenere oggi?” potremmo ottenere una risposta del tipo: “Voglio solo parlare” o “Ci sono cose che sono state sepolte dentro di me per troppo tempo”. Alcune sessioni possono terminare senza alcuna raccomandazione o passi successivi. La ricerca walk-in (Miller, 2008) ha dimostrato che per molti clienti il vantaggio principale della singola sessione è quello di essere ascoltati e capiti.

 

  • La TSS non è solo un “Band-Aid”?

Quando ti formi come terapeuta WI/SST incontrerai alcuni colleghi molto critici. La terapia a sessione singola e le terapie brevi spesso non sono presenti nei programmi di formazione universitaria. Alcuni studiosi scettici la definiscono un intervento “Band-Aid” (cerotto). Questo termine utilizzato in termini negativi può far pensare a un tipo di intervento meno efficace e forse anche non etico. Tuttavia i cerotti sono molto utili sul piano terapeutico: riducono le infezioni e prevengono la diffusione della malattia, inoltre, promuovono l’auto-guarigione. Nel contesto della psicoterapia la prevenzione dell’infezione può essere vista come un intervento effettuato prima che un normale problema peggiori e richieda un livello superiore di cura. I WI/ST prevengono la diffusione della malattia, affrontando i problemi dei clienti prima che il loro sistema sociale ne venga influenzato negativamente. Il Band Aid, quindi, è una soluzione economica, conveniente e utilizzabile con una varietà di problemi con il minimo sforzo, tempo e costi.

 

  • È etico non fornire altri contatti dopo il primo?

In genere non si effettuano contatti di follow-up post-sessione con i clienti walk-in. In alcune occasioni la sessione potrà tradursi nella co-costruzione di un piano di sicurezza per affrontare le situazioni di rischio con l’accordo di un contatto per informarsi sul funzionamento del piano. Ma questo è un evento relativamente raro. A parte un accordo preliminare per stabilire un contatto post-sessione a fini di ricerca, la sessione termina con la prima sessione. L’idea della terapia come consultazione aiuta i terapeuti a gestire meglio le proprie preoccupazioni su ciò che accadrà ai clienti dopo la sessione walk-in.

 

  • Di quale tipo di formazione e supporto hanno bisogno i nuovi terapisti WI/ TSS?

È comprensibile che i terapeuti sperimentino un sentimento di apprensione per questa nuova forma di erogazione del servizio. Del resto molti programmi di formazione non offrono corsi di terapia breve o di WI/SST, nonostante le evidenze dimostrino che la maggior parte delle psicoterapie sono brevi (Bloom, 1981; Talmon, 1990). I terapeuti però possono rassicurarsi, scoprendo che per questo lavoro non è richiesto un modo completamente nuovo di fare terapia. Ciò di cui si ha bisogno è un supporto organizzativo e l’acquisizione di una mentalità a sessione singola (Bobele & Slive, 2014; Slive & Bobele, 2011, 2012). Questa mentalità si sviluppa quando i terapeuti apprendono che la prima sessione di psicoterapia tradizionalmente programmata è spesso l’unica e che la maggior parte dei clienti che vengono accolti una sola volta sono soddisfatti. Questa mentalità aiuta a dare fiducia ai terapeuti che possono adattare in modo creativo i loro modi di lavorare al formato WI/ SST.

 

 

Conclusioni

Con questo articolo abbiamo tentato di rispondere alle preoccupazioni, ai dubbi e alle paure riguardo l’implementazione di servizi WI/SST. Le preoccupazioni sono comprensibili dato che questo è un concetto ancora nuovo per molti terapeuti e amministratori. Tuttavia esistono buoni motivi per investire su questo nuovo campo, tra cui la possibilità di fornire servizi più adeguati agli stili di vita postmoderni, attraverso l’acquisizione di un metodo d’intervento in grado di potenziare le risorse e gli strumenti già posseduti dal terapeuta.   

 

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Angelica Giannetti
Psicologa, Psicoterapeuta
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

 

 

 

Bibliografia

Bloom, B. L. (1981). Focused single-session therapy: Initial development and evaluation. In S. H. Budman (Ed.), Forms of brief therapy (pp. 167–216). New York, NY: Guilford.

Bobele, M., Lopez, S. S.-G., Scamardo, M., & Solórzano, B. (2008). Single-session/walk-in therapy with Mexican-American clients. Journal of Systemic Therapies, 27(4), 75–89.

Bobele, M., & Slive, A. (2014). One walk-in single/session at a time: When you have a whole hour. In M. Hoyt & M. Talmon (Eds.), Capturing the moment: Single session therapy and walk-in services. Bethel, CT: Crown House.

Franklin, J. C., Ribeiro, J. D., Fox, K. R., Bentley, K. H., Kleiman, E. M., Huang, X., . . . Nock, M. K. (2017). Risk factors for suicidal thoughts and behaviors: A meta-analysis of 50 years of research. Psychological Bulletin, 143(2), 187–232. https://doi-org.ezproxy. ollusa.edu/10.1037/bul0000084

Milner, A., Witt, K., Pirkis, J., Hetrick, S., Robinson, J., Currier, D., . . . Carter, G. L. (2017). The effectiveness of suicide prevention delivered by GPs: A systematic review and meta-analysis. Journal of Affective Disorders, 210, 294–302.

Slive A., & Bobele, M. (2011). When one hour is all you have: Effective therapy for walk-in clients. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Theisen.

Slive, A., & Bobele, M. (2012). Walk-in counselling services: Making the most of one hour. Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 33(1), 27–38.

Slive, A., & Bobele, M. (2018). The three top reasons why walk-in/single-sessions make perfect sense. In M. F. Hoyt, M. Bobele, A. Slive, J. Young, & M. Talmon (Eds.), Singlesession therapy by walk-in or appointment (pp. 27–39). New York, NY: Routledge.

Talmon, M. (1990). Single session solutions: Maximizing the effect of the first (and often only) therapeutic encounter. San Francisco, CA: Jossey-Bass.

Zalsman, G., Hawton, K., Wasserman, D., van Heeringen, K., Arensman, E., Sarchiapone, M., & Purebl, G. (2016). Suicide prevention strategies revisited: 10-year systematic review. Lancet Psychiatry, 3(7), 646–659.