Consulenza psicologica a Seduta Singola

Consulenza psicologica a Seduta Singola

terapia a seduta singola

Tra le varie applicazioni della TSS, c’è l’ambito della consulenza psicologica. E in generale, la sua capacità di rispondere a certi bisogni specifici dei pazienti. [immagine Freepik]

Oltre il 60% delle persone che hanno bisogno di una consulenza psicologica, o di una psicoterapia, non la richiedono (Andrews, Issakidis, & Carter, 2001).

Significa che 2 persone su 3 vivono in un malessere muto, sommerso, che non arriva alle nostre orecchie, tanto che “preferiscono cavarsela da sé” (ibidem). E per quanto la questione “costi” incida (soprattutto oggi in tempo di crisi), sono i fattori sociali e attitudinali a influenzare maggiormente questa scelta.

In altre parole, sono soprattutto lo stigma e l’idea di fare percorsi “lunghi e faticosi” a fermare la maggior parte delle persone dallo scegliere un percorso psicologico, psicoterapeutico o psichiatrico che sia.

Cerchiamo di capire perché e come affrontare il problema.

In Italia

In Europa i dati sono pressocché gli stessi rilevati da Andrews negli Stati Uniti (ESEMed, 2004), e nel contesto italiano la situazione è simile, se non peggiore: in alcune ricerche solo il 22,3% del campione con problemi di salute mentale si rivolgeva a uno specialista (Fiori Nastro et al., 2013).

Ad esempio, alcuni dati della recente amministrazione ENPAP (2015) hanno mostrato che lo psicologo viene percepito come “specialista del disagio”, l’“ultima ratio a cui ricorrere” e, dato italiano in contraddizione con lo studio di Andrew e collaboratori, troppo costoso. L’italiano che pensa di dover fare 40, 20 o anche solo 10 sedute dallo psic-, si guarda prima in tasca.

Più recentemente, l’ENPAP (2016, in uscita) ha chiesto a un campione rappresentativo della popolazione italiana come si comporterebbe, in un momento di difficoltà, per ottenere una condizione di benessere emotivo.

Più dell’80% si rivolgerebbe alla propria famiglia. Inoltre il 61% chiederebbe aiuto agli amici e il 60% farebbe da sé. Se è vero che il 66% sostiene che si rivolgerebbe a un professionista, questa dichiarazione di intenti non è sufficiente a dimostrarne l’attuazione effettiva. Sarebbe necessario indagare quante persone hanno sofferto di problemi psicologici in un dato periodo di tempo e quante di esse si sono effettivamente rivolte a un professionista.

Non è una critica all’ENPAP che, anzi, ha svolto un lavoro encomiabile, aprendo prospettive importanti; inoltre l’imminente uscita della nuova ricerca ci darà dati più precisi.
Sempre nel 2015, inoltre, ha mostrato come uno dei limiti percepiti della consulenza psicologica è la durata del servizio: l’idea che un percorso debba durare necessariamente diversi mesi scoraggia molte persone.

Attenzione, non anni, mesi. Ovviamente l’idea che debba durare anni è ancora più scoraggiante, ma già il pensiero di dover stare 2, 4, 6 mesi “in analisi” (un termine errato ma radicato nel linguaggio delle persone) frena i più dal contattare uno psicoterapeuta.

 

“Non sto male, voglio stare bene”: la consulenza psicologica

Tutta una serie di problemi, difficoltà, disagi, possono essere affrontati e superati in breve tempo. Anche in un solo incontro. E, soprattutto, spesso questi problemi fanno parte dell’attività di consulenza psicologica: la counseling psychology dell’American Psychological Association a cui l’ente ha dedicato la Division 17.

Ormai è noto a tutti che la richiesta di “benessere” è un trend in aumento: si chiede più di “stare bene” che di “smettere di stare male”. Probabilmente non perché le persone stiano meno male di prima (infatti il benessere psicologico continua a peggiorare, ISTAT, 2015), ma perché sono sempre più interessate a prendersi cura di sé, a non trascurarsi, nemmeno minimamente, tanto che l’85% degli italiani ha ricercato almeno una volta informazioni online per il proprio benessere (Docplanner.it, 2016).

Dati contrastanti: aumenta la voglia di stare bene, ma la maggior parte delle persone non si rivolge a un professionista.

D’altronde, nella società del “tutto & subito”, perché dovrei scegliere un percorso di benessere lungo, costoso e di difficile accesso? Ho bisogno di qualcosa di immediato, pratico ed efficace, e lì fuori ci sono diverse possibilità che si adattano a questa richiesta.
Non è una questione di “educare la persona a come funziona la psicoterapia”. Dopotutto, le terapie brevi sono una realtà consolidata da decenni (Hoyt, 2009) e la Terapia a Seduta Singola è una loro naturale evoluzione. Se ci fermassimo a dire “Devi adattarti a questo modo di fare le cose”, la questione riguarderebbe i bisogni di noi terapeuti. E invece è una questione che riguarda i bisogni delle persone.

Ad esempio, uno dei motivi di impiego della TSS da parte di molti enti è stata l’opportunità di riduzione delle liste d’attesa, che può andare da alcuni giorni a un anno (Weir et al., 2008). Attenzione, come già detto, la TSS è efficace anche in casi più gravi, che esulano dalla consulenza psicologica (si veda ad esempio il nostro EBook).
Ma qui vogliamo centrare l’attenzione su un altro punto: la necessità di rispondere alla richiesta delle persone.

Se qualcuno in mezzo al mare ci grida “Dammi un salvagente!”, non ha senso insistere a volergli insegnare come si nuota. Nella migliore delle ipotesi, la persona si rivolgerà a qualcun altro. Nell’ipotesi successiva, quel “qualcun altro” non avrà le nostre stesse competenze nell’aiutarlo. E nell’ipotesi peggiore, la persona affogherà senza che noi abbiamo fatto ciò che potevamo: lanciargli un salvagente.

Ci sono una gran quantità di disturbi e difficoltà che possono essere affrontati e risolti in un unico incontro. Ma in realtà questa frase è incorretta. Sarebbe meglio dire, che ci sono una gran quantità di persone che possono essere aiutate in un unico incontro. Infatti non dipende tanto da cosa hanno, ma da chi sono e di cosa hanno bisogno.

La Terapia a Seduta Singola in una prospettiva di benessere personale

La TSS può essere usata in diversi contesti (come ha spiegato Federico Piccirilli qui) e per diverse tipologie di problemi (come ho accennato qui e come approfondirà sempre Piccirilli tra due settimane).

Tra questi, oltre a quelle situazioni in cui il problema è (inadeguatamente) detto “psichiatrico”, ci sono tutte quelle in cui ci troviamo di fronte a un malessere meno invalidante. Se volessimo usare una categorizzazione da DSM, diremmo che è “Lieve”. Ma, ancora prima, potremmo riferirci a tutte quelle situazioni che non riguardano strettamente la “psicoterapia”, ma piuttosto la “consulenza psicologica”.

Non è una novità, tanto che diversi autori utilizzano il termine Single Session Work (Young et al., 2012), e in generale potremmo parlare di Colloqui, Attività, Interventi o più genericamente Consulenze a Seduta Singola. Si tratta di fornire aiuto, assistenza, consulenza, oltre che terapia, in tutta una serie di problematiche che rientrano in quel sommerso di cui accennavamo all’inizio, quel 60% di persone che hanno un problema, ma non lo dicono (al professionista).

Nel nostro EBook diamo delle linee guida pratiche per cominciare a integrare la TSS nella propria pratica, e i nostri prossimi corsi di formazione in Terapia a Seduta Singola, se da un lato punteranno a fornire principi e pratiche della Terapia a Seduta Singola, dall’altro avranno spazi dedicati a spiegare come integrarla nelle attività odierne, per rispondere a quelli che sono i bisogni e le richieste che le persone fanno oggi.

Cambiare la visione della psicoterapia

Cambiare visione, quindi. Il processo non è nuovo.

Ad esempio, da tempo diversi autori preferiscono parlare di “terapia”, piuttosto che di “psicoterapia”, segnando volutamente il cambiamento di prospettiva figlio di una nuova visione della cura delle persone: non più un intervento strettamente “psico”, ma un approccio olistico, che prenda in considerazione diverse aree, sistemi e dimensioni della vita dell’uomo (tra i tanti esempi degli ultimi trenta-quarant’anni si possono cogliere gli sviluppi della psiconeuroimmunoendocrinologia – Bottacioli, 2005 -, o la più recente medical family therapy – McDaniel et al., 2014).

La terapia non può cambiare solo nel modo in cui la vedono i clienti, se prima non cambia nel modo in cui la vedono i terapeuti. E il cambiamento non può essere solo contenutistico: dev’essere anche formale, perché cambia la forma in cui il cittadino accede, pensa – e prima ancora richiede – le cure.

Già Nicholas Cummings (et al., 1995) è stato tra i primi a parlare di terapia intermittente, o terapia lungo il ciclo di vita, dove la persona si rivolge a un terapeuta nei momenti di bisogno e ogni volta per quello specifico bisogno, che può (e deve) essere risolto in breve tempo. Anche in un’unica seduta. Per questo approcci come la TSS si trovano a rispondere agilmente alle sfide e alle richieste del moderno.

Questi sono concetti che dovrebbero ormai far parte di linguaggio e vocabolario dei terapeuti, essendo stati introdotti da diversi decenni; e che in realtà sono ancora più anziani, se si considera che furono sostenuti a più riprese dalla maggior parte degli esperti di terapie brevi – e non solo.

D’altronde, come sosteneva un proverbio cinese: “Il miglior momento per piantare un albero è stato vent’anni fa. Il secondo miglior momento è farlo adesso”.

Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Founder dell’Italian Center
for Single Session Therapy

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a seduta singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

Bibliografia

Andrews, G., Issakidis, C. & Carter, G. (2001). Shortfall in mental health service utilisation. British Journal of Psychiatry, 179, 417-25.
Bottaccioli, F. (2005). Psiconeuroendocrinoimmunologia. Milano: Red.
Cummings, N.A. & Sayama, M. (1995). Focused Psychotherapy: A Casebook of Brief, Intermittent Psychotherapy Throughout the Life Cycle. New York: Brunner/Mazel.
Docplanner.it (2016). Tecnologia e salute: dati e trend. (online).
ENPAP. (2015). Posizionamento e promozione della figura dello psicologo. (online).
ESEMeD. (2004). Use of mental health services in Europe: results from the European Study of the Epidemiology of Mental Disorders (ESEMeD) project. Acta Psychiatrica Scadinavica Supplementum, (420), 21-7. DOI: 10.1111/j.1600-0047.2004.00327.x.
Fiori Nastro, P., Armando, M., Righetti, V., Saba, R., Dario, C., Carnevali, R., Birchwood, M., Girardi, P. (2013). Disagio mentale in un campione comunitario di giovani adulti: l’help-seeking in un modello generalista di salute mentale. Rivista di psichiatria, 48(1), 60-66.
McDaniel, S.H., Doherty, W.J. & Hepworth, J. (2014). Medical Family Therapy and Integrated Care (2th ed.). Washington, DC: American Psychological Association.
Hoyt, M.F. (2009). Brief Psychoterapies. Principles & Practices. Phoenix, AZ: Zeig, Tucker & Teisen (Tr. it. Psicoterapie brevi. Principi e pratiche. Roma: CISU, 2016).
ISTAT. (2015). Rapporto Bes 2015: il benessere equo e sostenibile in Italia. (online).
Young, J., Weir, S. & Rycroft, S. (2012). Implementing Single Session Therapy. Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 33, 1, 84-97. DOI: 10.1017/aft.2012.8
Weir, S., Wills, M., Young, J. & Perlesz, A. (2008). The implementation of Single Session Work in community healt. Brunswick, Australia: The Bouverie Centre, La Trobe University.

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