
L’ articolo di oggi nasce con l’obiettivo di affrontare il tema dell’accessibilità all’aiuto psicologico.
Sono Ester Fantoni, psicologa specializzanda in psicoterapia presso l’Istituto ICNOS, e da oggi entro in questo spazio come redattrice del blog.
Lavoro in un piccolo paese della pianura padana, uno di quei contesti in cui le persone preferiscono “vederla di persona”, vogliono “sapere chi sei” e dove è ancora forte l’idea che “bisogna farcela da soli”. Se sto male, vado dal medico a farmi dare un farmaco.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato: parlare di salute mentale è diventato possibile. Eppure, chiedere aiuto a uno psicologo resta spesso difficile, perché continua a circolare l’idea dello psicologo come “il dottore dei pazzi”.
È dentro questo contesto che sono cresciuta, mi sono formata e oggi lavoro. Ed è proprio da qui che vorrei accompagnarvi a scoprire la potenza della Terapia a Seduta Singola.
Pregiudizi e stigma: quando chiedere aiuto sembra troppo (o sbagliato)
A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: ma allora lo psicologo, in questi contesti, lavora davvero?
Nonostante le resistenze che ho accennato, mi trovo ad accogliere molte persone. La richiesta di aiuto, però, arriva spesso quando la sofferenza è ormai diventata molto intensa. Prima si è provato di tutto: farmaci, il tentativo di ignorare il problema, a volte anche una giustificazione di tipo più religioso “sarà la croce che devo portare!”.
L’idea dominante è quella di farcela da soli.
Poi però si arriva a un punto in cui non ce la si fa più. Ed è lì che si digita quel numero e si chiama uno psicologo.
Spesso il percorso è questo: prima nasce un desiderio di cambiamento, poi si cerca di tollerare, resistere, stringere i denti… solo alla fine si chiede aiuto.
La paura degli altri
Accanto alla fatica interna, c’è anche la paura degli altri “cosa penseranno di me?”.
Il luogo in cui riceve lo psicologo diventa allora un elemento centrale: una stanza in un posto neutro, magari un po’ ambiguo.
Ricordo quando, inizialmente, condividevo lo studio con i medici di base del paese. Nessuno voleva venire lì. C’era la segretaria in sala d’attesa, altre persone del paese avrebbero potuto riconoscere chi entrava e capire che aveva un appuntamento con la psicologa. Lo studio era troppo centrale, troppo visibile. “Gli altri mi vedono”.
Come psicologi non possiamo ignorare queste cornici di senso e di significato: definiscono e, allo stesso tempo, tengono la persona “ammanettata” alla sua sofferenza.
In punta di piedi, il nostro lavoro è accogliere e aiutare la persona a trovare una chiave diversa, una possibilità di libertà.
È proprio in questo scenario che proporre una seduta singola può facilitare l’avvicinamento alla richiesta di aiuto, trasformandosi in un’opportunità concreta.
Perché proporre una sola seduta fa la differenza
La Terapia a Seduta Singola (Cannistrà e Piccirilli, 2018) ha un grande vantaggio: cambia immediatamente la percezione della terapia.
Non si parla più di un percorso lungo, non si chiede un impegno indefinito, non si chiede di “entrare in terapia”.
L’idea è molto più semplice: ci vediamo per un incontro, lavoriamo su ciò che è importante per te, e poi decidi tu se proseguire o se è stato sufficiente.
In contesti in cui chiedere aiuto fa paura, questa proposta funziona spesso come un vero e proprio “permesso” a varcare la soglia dello studio.
La frase che sento più spesso è:
“È solo un incontro… posso provare.”
Questo abbassa in maniera significativa la paura e lo stigma, perché:
- non c’è un’etichetta,
- non c’è la sensazione di “iniziare una terapia”,
- non c’è il rischio percepito di essere giudicati,
- non c’è la paura di rimanere intrappolati in un percorso lungo.
Le persone entrano con uno stato mentale diverso: non devono dimostrare nulla, non devono convincersi di “avere un problema”, non devono sentirsi malate. Devono solo capire se un colloquio può aiutarle a fare un passo.
La Terapia a Seduta Singola: quando la cura psicologica diventa più accessibile
Una singola seduta può:
- dare un supporto e a volte anche una risoluzione al problema lamentato
- offrire un’esperienza positiva e immediata,
- restituire agency alla persona,
- far sperimentare che la psicologia non è un luogo di diagnosi, ma uno spazio di possibilità.
In questo modo le persone prendono consapevolezza del fatto che non serve un percorso infinito per stare meglio: a volte basta una lettura diversa del problema, un intervento mirato, una conversazione che apre nuove strade.
Nei piccoli contesti, dove lo stigma è più radicato, questo produce anche un cambiamento culturale:
una persona che entra una volta spesso apre la strada ad altre che, altrimenti, non avrebbero mai pensato di farlo.
Conclusioni
La Terapia a Seduta Singola non è solo un metodo clinico efficace: è anche un potente strumento sociale e di comunità, poiché permette alle persone di avvicinarsi a un supporto psicologico alleggerendo paura, timori e stigma.
In questo modo è possibile ridefinire il significato stesso del “chiedere aiuto”: non più segno di debolezza, ma atto di responsabilità verso sé stessi.
Come professionista, vedo la TSS come una chiave preziosa per superare lo stigma e rendere la psicologia accessibile anche a chi, altrimenti, non avrebbe mai fatto quella telefonata.
Un solo incontro può cambiare tutto.
Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro libro (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche.”, iscriverti a uno dei nostri workshop (clicca qui) oppure approfondire le Terapie Brevi in modo pratico e flessibile scopri terapiebrevi.it la piattaforma dell’dell’Italian Center for Single Session Therapy dedicata alla formazione online.
Ester Fantoni
Psicologa, Specializzanda
in Terapie Brevi Sistemico-Strategiche
presso l’Istituto ICNOS
Bibliografia
Cannistrà F., Piccirilli F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti