La terapia a seduta singola in carcere: difficoltà e opportunità nella tutela della salute psicologica

La terapia a seduta singola in carcere: difficoltà e opportunità nella tutela della salute psicologica

La salute psicologica in ambito penitenziario è un argomento molto discusso nel dibattito culturale, ma a volte poco investito in termini di risorse, di azioni e di gestione a livello della politica.

L’ articolo prende avvio dal desiderio di riflettere sul contributo della psicologia in carcere ed in particolare sulle possibilità di applicare la Terapia a Seduta Singola nei contesti detentivi a partire da un’esperienza professionale soggettiva, in cui ho avuto modo di seguire attraverso colloqui psicologici alcuni detenuti nel fine pena, prossimi al reinserimento sociale.

Prima di vedere in che modo la TSS può essere uno strumento a servizio dei professionisti e dei detenuti all’interno del carcere, vediamo brevemente il setting e l’ambiente carcerario per far entrare il lettore in una realtà spesso difficile da immaginare. 

 

L’ambiente carcerario

Ai confini delle città, fuori dalla vista dei più, il carcere può essere visto come una realtà in un certo senso straniante e sconosciuta ai cittadini e a volte anche agli addetti ai lavori. Un luogo che rimane avvolto da un’aura cupa di mistero e che spesso sfocia in senso di minaccia e paura che alimenta chiusura e separatezza.

Nel momento in cui si arriva in carcere, lasciare la propria borsa e il proprio cellulare nell’armadietto della portineria, rappresenta un gesto di spoliazione, che può avvicinare operatori e detenuti. 

Spesso la lotta per gli spazi, conosciuta in ambito sanitario per carenza di stanze a disposizione degli operatori, qui è davvero intensa. E spesso ci si trova a fare colloqui senza un setting definito. 

A volte un setting non esiste proprio. E’ illusorio (e soprattutto concretamente inutile) pensare di poter rimuovere gli elementi disturbanti per ottenere un setting adeguato. Facendo di necessità virtù, tali elementi possono rappresentare un valore aggiunto nel momento in cui vengono trattati nell’ hic et nuc della relazione terapeutica, nella completa realizzazione del principio dell’utilizzazione caro alle Terapie Brevi in generale.

 

 

La TSS in carcere 

La peculiarità dello psicologo in carcere è quella di mettersi in ascolto della realtà esterna e interna e aiutare i detenuti a farlo, intercettare situazioni di disagio anche e soprattutto legate al contesto di deprivazione, analizzarle per arrivare a capire il modo di funzionare dei problemi e proporre interventi a più livelli, concreti, congruenti e facilmente realizzabili. 

Quest’ultimo punto è davvero importante, soprattutto se si pensa che quel colloquio con quel detenuto può essere il primo ed ultimo. Spesso, infatti, potrebbe non esserci la possibilità di incontrare nuovamente quella persona perché viene trasferita, perché è in isolamento, perché è impossibilitata a partecipare, perché sta svolgendo altre attività. 

Quindi, la TSS in questo senso è una chiave di volta che permette di fare qualcosa di utile e concreto in tempi brevi, poiché tutto si esaurisce in quell’unico incontro.

Quando i fenomeni sono altamente complessi, attraverso la TSS è possibile permettere alla persona di dare una priorità rispetto a quanto emerge nel colloquio, procedendo a piccoli passi è utile lavorando “lateralmente” per costruire rinforzi intorno alle risorse. Nello specifico contrastare l’aspetto fagocitante del contesto generando possibilità, usando il potere in termini costruttivi e non distruttivi come spesso accade nelle relazioni detenuti-forze dell’ordine.

 

 

Come si parla di futuro in carcere? 

In un ambiente così angusto e nel quale sembra quasi un ossimoro parlare di prospettive future quando ci sono pene anche elevate da scontare, la TSS appare uno strumento indispensabile per ottenere benefici immediati e duraturi sul benessere psicologico dei detenuti

Nell’operatività, dove potrebbe essere facile perdere di vista l’integrità della persona carcerata, è di fondamentale importanza la possibilità di costruire un incontro capace di dare senso e prospettiva, valorizzando le diverse dimensioni che caratterizzano la persona stessa e quindi anche la sua esperienza carceraria, andando oltre le etichette e cercando il più possibile di rintracciare “l’oro nella sporcizia” in termini di risorse, capacità e possibilità di miglioramento.

 

 

Cos’altro è necessario?

È necessario collegare il presente, che in carcere rischia di essere un tempo sospeso (e a volte percepito come “perso”), con il passato e il futuro e ricollocare l’esperienza di detenzione nella propria storia. Guardare il fuori in modo meno distruttivo e più costruttivo.

L’obiettivo da una parte è facilitare l’adattamento, per quanto possibile, alla situazione momentanea di detenzione e, contemporaneamente, accompagnare le persone a attraversare il disagio conseguente ad uno stato di reclusione. Il fine ultimo è chiaramente dare la possibilità alla persona di trovare e sperimentare alternative, vedere le proprie risorse e immaginare come realizzare un nuovo progetto di vita una volta usciti da lì, chiuse le porte del carcere alle spalle

A proposito di porte, anche la porta è un elemento terapeutico che può essere utilizzato in questo contesto. Poiché la porta, per ragioni di sicurezza, deve rimanere aperta non c’è una delimitazione completa dello spazio. Detenuto e terapeuta col tempo finiscono col favorire l’intimità dell’incontro proprio in virtù dei reciproci sforzi volti ad escludere gli stimoli estranei al colloquio.

Anche il tempo di durata non è rigido, ma può variare per motivi indipendenti dalla volontà del professionista e spesso ci si deve organizzare anche con colloqui di 15-20 minuti.

 

 

Conclusioni 

Anche in un contesto di limitazione e deprivazione della libertà quale è il carcere, la TSS dà la possibilità al professionista di riuscire a mettere la persona al centro del processo terapeutico, che è il modo migliore per attivare le sue risorse e restituirle il benessere nel minor tempo possibile.

 

Se vuoi saperne di più sulla Terapia a Seduta Singola e approfondire il metodo, puoi leggere il nostro link (clicca qui) “Terapia a Seduta Singola. Principi e pratiche” o partecipare a uno dei nostri workshop (clicca qui).

 

 

Valeria Campinoti
Psicologa
Team dell’Italian Center
for Single Session Therapy

Bibliografia

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola: Principi e pratiche. Giunti Editore.

Talmon, M. (1990). Terapia a seduta singola: massimizzare l’effetto del primo (e spesso unico) incontro terapeutico. San Francisco: Jossey-Bass.

Mandolillo P., Iossa Fasano A., Cardamone G. (2020). Fattori terapeutici aspecifici: una riflessione psicodinamica sui percorsi di cura offerti dai Servizi Pubblici di Salute mentale, in Nuova rassegna di studi psichiatrici, rivista online, volume 20.

Paleani R., Benelli C. (2020). Tra dentro e fuori il carcere. Costruire una mappa interna per riorientarsi in situazioni ristrette, in Animazione Sociale n. 337.Torino: Gruppo Abele. 

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Angelica Giannetti